Ha fatto tutto troppo in fretta, Lea Garofalo. Anche morire. È il 24 novembre del 2009: lei ha 35 anni e una figlia, Denise, che di lì a pochi giorni, il 4 dicembre, ne avrebbe compiuti diciotto. A ucciderla è il compagno Carlo Cosco, padre della ragazza che tempo dopo sarà decisiva nel far condannare il genitore all’ergastolo, insieme ai suoi complici.

Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, il 24 aprile del 1974. Terra di 'ndrangheta, quella. Di violenza, omertà e crimine. Una spirale dalla quale è durissima uscire. E chi ha provato a farlo, come Lea, ha solo ottenuto la condanna a pagare con la vita la ricerca della libertà.

Lea Garofalo è poco più che una bambina quando, a tredici anni, fa la fuitina con Cosco, classe 1970: ‘ndranghetista lui, così come la famiglia di lei. Fuori e dentro casa non si respira altra aria. Gli omicidi come pratica, la vendetta arma quotidiana. Ma è giovane, Lea, e lascia la Calabria per seguire Cosco a Milano, dove lui vive di “sangue e onore”, come nel giuramento degli affiliati. Cosco, insieme ai fratelli, gestisce il traffico di droga nella zona di via Paolo Sarpi, utilizzando come deposito il “fortino” di via Montello. Il giro è per conto dei Garofalo, parenti di Lea.

Quella vita, però, a Lea non piace. Diventata madre di Denise a diciassette anni, vuole dare un futuro diverso a sua figlia. E diventa collaboratrice di giustizia. È il 2002 quando decide di parlare con i magistrati, quando comincia a svelare il funzionamento del sistema. Il marcio. Le mostruosità. Parla degli affari, delle faide tra le ‘ndrine, le famiglie con potere assoluto. Quelle confessioni le danno diritto alla protezione, alla tutela da parte dello Stato. Deve girare l’Italia per vivere senza farsi coprire. Crotone, Campobasso, Firenze.

In mezzo a quegli anni, precisamente nel 2005, Lea piange la morte del fratello Floriano. È il 7 giugno. I sicari lo aspettano a Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro. Quell’agguato è considerato una punizione. Floriano, anche lui esponente di spicco della 'ndrangheta locale, non avrebbe fatto nulla per evitare che la sorella diventasse testimone di giustizia. Non l’avrebbe zittita, per dirla diretta.

Un anno dopo, però, lo Stato decidere di togliere la protezione a Lea. Il suo contributo viene dichiarato non significativo, sotto il profilo investigativo. La tutela riprende un anno dopo, per il pronunciamento favorevole della giudici amministrativi, in seguito a un ricorso. Ma nel 2009 è la stessa Garofalo a rinunciare a una vita sotto falso nome.

In quello stesso anno, la tragedia. Con una scusa, l’ex compagno Cosco la contatta e le dà un appuntamento. Dice di voler rivedere la figlia. È una scusa, però. Lea non tornerà mai più a casa dopo quel giorno. Il suo omicidio si è chiuso con quattro ergastoli e una condanna a venticinque anni. In quel processo la figlia si è costituita parte civile. E oggi, insieme alla zia Marisa, sorella di Lea, difende la memoria della sorella.

Denise ha testimoniato contro il padre, in tribunale. Dietro un paravento, a poco distanza da lui, chiuso nella gabbia degli imputati. Era il 2011. La ragazza, che tuttora vive sotto falso nome, ha ripercorso la vita della mamma, «una donna sola e solitaria, proprio per le scelte che fece e con cui avevo uno stretto legame, come tra amiche».

Lea venne rapita, torturata, uccisa e bruciata. Il pentito che ha fatto ritrovare i resti di Lea ha rivelato particolari raccapriccianti su quella mattanza. Un corpo martoriato con una pala, per ore. Per non lasciare nulla. Nemmeno le ossa. Una sequenza indicibile, che nulla aggiungerebbe al dovere della memoria. Lea non c’è più. Ma nessuno potrà cancellare la sua storia. Il suo esempio. Il sacrificio. A Milano, in piazza Beccaria, parteciparono in migliaia al suo funerale, il 19 ottobre del 2013,  anni dopo l’omicidio, quando venne trovati i resti. 

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