La fabbrica del futuro, in Cina, non è più un progetto. È realtà. Nelle linee di produzione lavorano già robot umanoidi che controllano la qualità dei prodotti, movimentano merci, assemblano componenti, sostituiscono autonomamente le batterie e collaborano con gli operatori. Negli ospedali distribuiscono farmaci, negli hotel effettuano consegne ai clienti, nei magazzini gestiscono la logistica e nelle città iniziano persino a svolgere funzioni di sorveglianza. L'obiettivo di Pechino è chiaro: trasformare il Paese nella prima potenza mondiale della robotica, utilizzando l'intelligenza artificiale come motore della nuova rivoluzione industriale.

Il fenomeno non nasce soltanto dalla competizione tecnologica con Stati Uniti ed Europa. Dietro la corsa cinese c'è una necessità molto più profonda: il rapido invecchiamento della popolazione e il progressivo calo della forza lavoro. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2050 la Cina perderà centinaia di milioni di persone in età lavorativa, mentre il tasso di natalità è ormai tra i più bassi al mondo. In questo scenario, i robot non rappresentano soltanto un investimento produttivo, ma una risposta strutturale alla carenza di manodopera.

L'automazione è ormai una priorità nazionale. Il governo di Xi Jinping ha inserito la robotica tra i pilastri del nuovo piano quinquennale, affiancando ingenti investimenti pubblici ai programmi di sviluppo dell'intelligenza artificiale. L'obiettivo è duplice: aumentare la produttività e ridurre la dipendenza tecnologica dall'estero, soprattutto dopo le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull'accesso ai semiconduttori più avanzati.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione la portata della trasformazione. Secondo la International Federation of Robotics (IFR), la Cina rappresenta ormai oltre la metà delle nuove installazioni mondiali di robot industriali e dispone del più grande parco macchine del pianeta, con oltre due milioni di unità operative. Nel 2023 sono stati installati circa 276mila nuovi robot industriali, un dato superiore alla somma di Europa e Americhe.

La nuova frontiera, però, è rappresentata dagli umanoidi. Aziende come UBTech, Unitree Robotics, AgiBot, Fourier Intelligence e numerose altre startup stanno accelerando lo sviluppo di macchine capaci di svolgere attività sempre più complesse. Se fino a pochi anni fa gli umanoidi erano soprattutto dimostrazioni tecnologiche, oggi entrano nelle fabbriche per eseguire controlli di precisione, assemblaggi delicati e operazioni logistiche. Alcuni modelli riescono a individuare difetti inferiori al millimetro, altri movimentano materiali, utilizzano ascensori, interagiscono con strumenti e persone e imparano continuamente grazie ai sistemi di intelligenza artificiale.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio l’addestramento di questi robot. Per insegnare loro azioni apparentemente semplici, come piegare una maglietta o afferrare un oggetto, servono enormi quantità di dati. Nascono così vere e proprie «fabbriche dei dati», nelle quali operatori umani o altri robot ripetono migliaia di volte gli stessi movimenti affinché gli algoritmi imparino tutte le possibili varianti. È una fase costosa ma indispensabile per rendere gli umanoidi realmente autonomi.

Anche i prezzi stanno rapidamente diminuendo. I modelli più semplici possono già costare intorno ai 10mila dollari, mentre quelli destinati alle applicazioni industriali più sofisticate arrivano a 50 o 100mila dollari. Le aziende puntano a ridurre ulteriormente i costi attraverso economie di scala e forti investimenti pubblici in ricerca e sviluppo.

L'automazione, tuttavia, apre interrogativi sempre più rilevanti sul lavoro. In Cina si è già verificato uno dei primi casi giudiziari legati all’intelligenza artificiale: un dipendente di Hangzhou, licenziato dopo che l’azienda aveva deciso di sostituire parte delle sue mansioni con sistemi di AI, ha ottenuto un risarcimento dal tribunale. La sentenza ha stabilito che la semplice automazione non può giustificare un licenziamento, segnando un precedente significativo proprio nel Paese che più di ogni altro sta investendo nelle nuove tecnologie.

Nonostante questi episodi, la direzione appare ormai tracciata. La Cina non punta a eliminare completamente il lavoro umano, almeno nel breve periodo, ma a sostituire le attività ripetitive, pesanti o caratterizzate da una crescente scarsità di personale. L’obiettivo è mantenere elevata la competitività manifatturiera anche in presenza di una popolazione sempre più anziana.

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