Ogni anno ci indigniamo davanti al turismo cafone. Quello delle barche che gettano l’ancora dove non potrebbero, dei tender che arrivano sulla battigia, delle feste improvvisate in mare, della musica sparata dove dovrebbe sentirsi soltanto il rumore delle onde. O dei barbecue selvaggi sulla sabbia: a Golfo Aranci hanno lasciato la carbonella e gli avanzi della grigliata in una busta di Hermes. Sintesi perfetta degli eccessi di un mondo che vuole viaggiare sempre in prima classe, magari senza pagare il biglietto. L’estate sarda ha offerto un campionario abbastanza ricco da giustificare l’indignazione. L’importante è non confondere il bambino con l’acqua sporca.

Uno dei casi più clamorosi è quello dell’Arcipelago della Maddalena. A Mortorio, zona sottoposta alla massima tutela, alla vigilia di Ferragosto decine di imbarcazioni hanno trasformato il mare in una discoteca galleggiante. Nei giorni di maggiore affollamento si sono contate migliaia di barche, ben oltre la capacità di carico consigliata per quel mare che ci invidiano in tutto il mondo. Non è soltanto una questione estetica. Tutta quella pressione umana lascia segni sull’ambiente.

Certo: le regole esistono e devono essere rispettate. Ma da qui a trasformare il turista nel nemico il passo è breve. E sarebbe un errore.

Perché mentre raccontiamo gli effetti collaterali di quello che frettolosamente definiamo overtourism, nello stesso agosto c’è chi riferisce esattamente il contrario. A Bosa l’opposizione e alcuni operatori hanno denunciato una stagione deludente. Altrove albergatori, ristoratori e commercianti hanno fatto i conti con settimane meno esaltanti del previsto. Allora mettiamoci d’accordo: abbiamo troppi turisti o ne abbiamo troppo pochi?

Probabilmente abbiamo entrambe le cose. Troppi in alcuni luoghi e in pochi giorni. Troppo pochi altrove e per gran parte dell’anno.

È questo il vero problema del turismo sardo. Ci indigniamo quando una cala viene presa d’assalto e ci preoccupiamo quando una strada resta semi vuota. Vorremmo alberghi pieni ma spiagge deserte, ristoranti affollati e nessuno davanti a casa. Un turismo ricco, possibilmente silenzioso, educatissimo e invisibile. Sarebbe magnifico. Ma non esiste.

Basta guardare alle Baleari, alla Sicilia, alla Grecia o alle altre grandi destinazioni del Mediterraneo. Il turismo porta ricchezza, lavoro e consumi, ma genera inevitabilmente anche pressione sul territorio. E qualche cafone. Il punto non è scegliere tra il turismo e la tutela dell’ambiente. Il punto è governare il primo per garantire la seconda.

Se una barca entra in una zona vietata deve trovare qualcuno che la fermi. Se un tender scarica persone e barbecue su una spiaggia protetta, qualcuno deve pagare. Non possiamo scrivere divieti e ordinanze e poi affidarci (solo) alla buona educazione.

Il turismo cafone esiste, ma si trova soprattutto dove pensa di poterla fare franca.

Certo, poi, la tentazione è grande e rispunta ad ogni agosto: considerare il turista quasi un intruso. Lamentarsi è facile. Costruire un modello che tenga insieme economia e ambiente invece è infinitamente più complicato. Però è quello che l’Isola dovrebbe fare.

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