Una volta gli avvocati parlavano soprattutto nelle aule dei tribunali. Ora, per sapere cosa pensano dell’ultima perizia, delle impronte, del Dna o delle testimonianze, basta accendere la televisione. A qualsiasi ora. Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco è diventato una sorta di processo permanente, celebrato ogni giorno davanti alle telecamere. Con tanto di accusa, difesa, consulenti e pubblico chiamato a scegliere da che parte stare. Manca solo il giudice. Ma in fondo, per gli ascolti, è un dettaglio.

Non passa giorno senza una nuova rivelazione, un documento da interpretare, una ricostruzione da contestare. E soprattutto senza un avvocato pronto a spiegare perché gli altri abbiano torto. I legali sono diventati protagonisti della vicenda quasi quanto gli indagati e i condannati. Presenze fisse nei talk show, ospiti contesi dalle trasmissioni, ormai riconoscibili anche da chi non ha mai letto una pagina degli atti giudiziari. Ognuno con il proprio ruolo, il proprio linguaggio e una verità da sostenere. Il confine tra il diritto di difesa e la necessità di conquistare l’opinione pubblica è diventato sempre più sottile.

Giada Bocellari e Antonio De Rensis sono gli avvocati di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l'omicidio della fidanzata. La prima segue da anni la battaglia giudiziaria per rimettere in discussione quella sentenza. Le indagini difensive condotte dalla sua squadra hanno avuto un ruolo importante nella riapertura del caso. De Rensis, invece, è uno dei volti entrati in campo con prepotenza in questa seconda fase – che vede al centro Andrea Sempio – dello spettacolo televisivo di Garlasco. Conosce i tempi della comunicazione, sa quando intervenire e come rendere comprensibili anche i passaggi più complicati. Modi affettati da principe del foro, ma quando serve, sa tirare fuori un’anima da protagonista di reality show. 

Angela Taccia, avvocato difensore di Sempio

Dall’altra parte, anche se le posizioni delle due difese non sono necessariamente contrapposte, ci sono Angela Taccia e Liborio Cataliotti, legali di Andrea Sempio. La prima ha un rapporto particolare con il suo assistito: erano amici già prima che diventasse il suo avvocato. Lo ha seguito nelle precedenti indagini e ora è una presenza abituale nelle trasmissioni dedicate al delitto. 

Con Cataliotti la comunicazione della difesa ha cambiato registro. Prima c’era Massimo Lovati, protagonista di dichiarazioni, ricostruzioni alternative e apparizioni televisive che spesso finivano per diventare una notizia nella notizia. Ora i toni sono più controllati, anche se le telecamere continuano a essere una tappa quasi obbligata. 

Poi ci sono Gianluigi Tizzoni e Francesco Compagna, gli avvocati dei genitori e del fratello di Chiara. Il loro compito è diverso: difendere gli interessi della famiglia e una ricostruzione giudiziaria arrivata a una condanna definitiva. Tizzoni conosce ogni passaggio della vicenda ed è spesso il contraltare televisivo dei legali di Stasi. Compagna parla di «cortocircuito mediatico» e sostiene che le nuove ipotesi non modifichino il quadro che ha portato alla condanna. La famiglia Poggi continua a chiedere che siano i magistrati a occuparsi della vicenda, anche se attraverso i propri difensori interviene pubblicamente per contestare indiscrezioni e ricostruzioni ritenute sbagliate.

L'avvocato Gianluigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi

Insomma: tutti chiedono di leggere gli atti, ma intanto li commentano in televisione. Tutti ricordano che i processi si celebrano nei tribunali, salvo poi partecipare a quello parallelo che va in onda ogni sera. Perizia contro perizia, consulente contro consulente, avvocato contro avvocato. Con una differenza non proprio secondaria: in aula ci sono un giudice, regole precise e il contraddittorio. Nei talk show ci sono il conduttore, la pubblicità e soprattutto il telecomando.

È il meccanismo che ha trasformato alcuni avvocati in personaggi televisivi. Non è necessariamente una questione di vanità. Anche se spesso abbiamo assistito a qualche scivolata in questo senso. E più aumentano le apparizioni, più cresce l’attenzione attorno al caso. Un circuito che ormai sembra impossibile interrompere.

Il risultato è che anche il pubblico ha iniziato a comportarsi come una giuria. E in tutto questo il rischio è perdere di vista la differenza tra una verità processuale e una ricostruzione televisiva. La prima deve rispettare regole, procedure e garanzie. La seconda deve soprattutto tenere incollati gli spettatori allo schermo. Non sempre le due esigenze vanno nella stessa direzione.

Diciannove anni dopo il delitto, milioni di italiani conoscono i nomi degli avvocati, riconoscono i loro volti e sanno perfino prevedere cosa diranno quando vengono invitati in studio. Sono diventati, loro malgrado o forse non sempre, i protagonisti di una storia. Che invece dovrebbe avere al centro Chiara Poggi, uccisa a 26 anni nella sua casa.

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