Giuseppe Sartorio, lo scultore che trasformò la memoria in monumento
Nato in Valsesia nel 1854 e scomparso misteriosamente nel 1922 durante una traversata tra Olbia e Civitavecchia, fu tra i maggiori protagonisti della scultura monumentale italiana. Cagliari ospita numerose sue opere nel Cimitero Monumentale di Bonaria.Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Giuseppe Sartorio nacque il 31 gennaio 1854 a Boccioleto, piccolo centro della Valsesia, nell’attuale provincia di Vercelli. Proveniva da una famiglia di condizioni economiche modeste. La formazione iniziale avvenne in ambito artigianale: da giovane lavorò presso laboratori locali di intaglio e decorazione, imparando le tecniche del legno e della modellazione. In seguito frequentò scuole artistiche tra Varallo Sesia e Torino, entrando poi nell’ambiente accademico piemontese legato all’Accademia Albertina di Belle Arti.
A Torino studiò con Odoardo Tabacchi, scultore tra i principali interpreti della tradizione monumentale postunitaria. L’esperienza accademica gli fornì una preparazione tecnica rigorosa, fondata sullo studio anatomico, sulla pratica del modellato e sull’uso del marmo. Negli stessi anni frequentò anche l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, consolidando rapporti professionali che avrebbero avuto importanza nella fase successiva della carriera.
L’attività di Sartorio si sviluppò in un momento di forte crescita della committenza pubblica e privata. Dopo l’Unità d’Italia le amministrazioni comunali promossero monumenti celebrativi dedicati ai protagonisti del Risorgimento, mentre la borghesia urbana investì nella costruzione di cappelle funerarie e sepolture monumentali nei nuovi cimiteri cittadini. In questo contesto Sartorio costruì rapidamente una posizione di rilievo.
I primi incarichi significativi arrivarono negli anni Ottanta del XIX secolo. Nel 1885 vinse il concorso per il monumento a Quintino Sella destinato alla città di Iglesias, in Sardegna. L’opera segnò l’inizio di un rapporto professionale stabile con l’isola, che divenne uno dei principali centri della sua attività. Da quel momento ricevette numerose commissioni da enti pubblici, ordini religiosi e famiglie dell’imprenditoria mineraria e commerciale sarda.
La Sardegna rappresentò il territorio in cui la produzione di Sartorio raggiunse la maggiore estensione. Aprì laboratori e organizzò una rete di collaboratori capace di sostenere un numero elevato di commissioni. Operò soprattutto a Cagliari, Sassari e Iglesias, ma sue opere vennero collocate anche in altri centri dell’isola, tra cui Ozieri, Nuoro, Oschiri, Ittireddu e Cuglieri.
Parallelamente mantenne rapporti professionali con Roma, dove possedeva una bottega e dove eseguì lavori destinati sia all’ambiente monumentale sia a quello funerario. La struttura organizzativa dello studio seguiva il modello diffuso nelle grandi officine artistiche dell’epoca: Sartorio elaborava i modelli principali e supervisionava l’esecuzione, affidando parte della lavorazione a scalpellini e collaboratori specializzati.
La produzione di Giuseppe Sartorio comprende monumenti civili, statue religiose, decorazioni architettoniche e soprattutto scultura funeraria. Quest’ultima costituisce il nucleo più consistente della sua opera. I cimiteri monumentali italiani tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento conservarono un numero elevato di lavori provenienti dalla sua bottega.
Tra i complessi più rilevanti figurano il Cimitero Monumentale di Bonaria a Cagliari, il cimitero di Iglesias, il Verano di Roma e il Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova. Nel solo cimitero di Iglesias sono state censite decine di opere attribuite o firmate da Sartorio.
Le sculture funerarie realizzate dall’artista si caratterizzano per un impianto realistico e per una forte attenzione alla resa anatomica. Frequenti le figure femminili velate, gli angeli, le allegorie della memoria e del dolore, i ritratti dei defunti e le composizioni con gruppi familiari. Le opere mostrano una notevole cura dei dettagli nei panneggi, nei volti e negli elementi decorativi.
Il linguaggio formale di Sartorio si inserisce nella tradizione verista della scultura italiana di fine Ottocento. In diverse opere compaiono anche elementi simbolisti, soprattutto nella costruzione delle allegorie funerarie. La produzione monumentale riflette il gusto della committenza borghese del periodo, interessata a una rappresentazione pubblica del prestigio familiare attraverso monumenti celebrativi e sepolture elaborate.
Accanto alla scultura funeraria, Sartorio realizzò numerosi monumenti pubblici. Tra le opere più note vi è il monumento a Vittorio Emanuele II collocato in Piazza d’Italia a Sassari. L’intervento si inseriva nella più ampia stagione celebrativa dedicata alla monarchia sabauda e ai protagonisti dell’unificazione nazionale.
Realizzò inoltre busti, statue commemorative e monumenti dedicati a figure politiche e militari del Risorgimento. In Sardegna lavorò anche per amministrazioni civiche impegnate nella ridefinizione degli spazi urbani rappresentativi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
L’attività religiosa costituì un ulteriore settore della sua produzione. Sartorio eseguì statue di santi, altorilievi, decorazioni per altari e apparati scultorei destinati a chiese e santuari. Alcuni interventi furono realizzati in centri della Sardegna settentrionale e centrale. Altre opere vennero collocate a Roma, compresi lavori destinati all’area della Scala Santa del Laterano.
Nel corso della carriera partecipò a esposizioni artistiche nazionali e consolidò rapporti con ambienti culturali piemontesi e romani. La documentazione disponibile mostra una produzione continua e quantitativamente molto ampia, sostenuta dalla crescita della domanda di monumenti pubblici e funerari tra XIX e XX secolo.
L’organizzazione della bottega rappresentò un elemento centrale della sua attività professionale. Le grandi commissioni richiedevano infatti tempi di esecuzione compatibili con le richieste delle amministrazioni comunali e delle famiglie committenti. Sartorio coordinava modellatori, scalpellini, decoratori e artigiani specializzati nella lavorazione del marmo e della pietra.
Una parte della produzione di Sartorio andò dispersa o subì danneggiamenti nel corso del Novecento. Molti monumenti conservati nei cimiteri italiani necessitano oggi di interventi di restauro, anche a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici e del degrado dei materiali lapidei.
Negli ultimi decenni l’interesse storico e archivistico nei confronti dell’artista è cresciuto, in particolare in Sardegna. Catalogazioni, mostre e ricerche universitarie hanno contribuito alla ricostruzione della sua attività professionale e alla mappatura delle opere presenti nei cimiteri e negli spazi pubblici dell’isola.
La morte di Giuseppe Sartorio avvenne in circostanze mai chiarite completamente. Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1922 scomparve durante una traversata marittima tra Olbia e Civitavecchia a bordo del piroscafo “Tocra”. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’artista risultò assente all’arrivo della nave e il corpo non venne ritrovato.
Le indagini dell’epoca presero in considerazione diverse ipotesi, tra cui un incidente, il suicidio o una possibile aggressione a scopo di rapina. Nessuna delle ipotesi fu confermata in modo definitivo. La scomparsa rimase quindi priva di una conclusione accertata sul piano giudiziario.
La vicenda contribuì a fissare intorno alla figura dello scultore un alone di notorietà che si aggiunse alla già ampia diffusione delle sue opere. Nonostante ciò, la documentazione storica disponibile riguarda prevalentemente l’attività artistica e professionale, mentre risultano più limitate le informazioni sulla vita privata.
Oggi Giuseppe Sartorio è considerato uno dei principali protagonisti della scultura funeraria italiana tra XIX e XX secolo. Le sue opere continuano a essere presenti in numerosi cimiteri monumentali, piazze e chiese, soprattutto in Sardegna e nell’Italia centro-settentrionale. La quantità della produzione e la diffusione territoriale delle sue sculture ne fanno una figura rilevante nella storia dell’arte monumentale italiana del periodo postunitario.
