Quando Francesco Grandi si imbarcò a Quarto con Garibaldi, la sera del 5 maggio 1860, nell’elenco dei Mille accanto al suo nome compariva una professione: «Intarsiatore». Aveva meno di vent’anni, sapeva disegnare e lavorare il legno, aveva già combattuto da volontario. Quella parola, apparentemente marginale nella storia di una spedizione militare, avrebbe finito per raccontare gran parte della sua vita.

Grandi era nato a Tempio Pausania nei primi anni Quaranta dell’Ottocento. La data esatta resta incerta: le fonti oscillano tra il 1841 e il 1842. È invece documentata la sua origine tempiese e la sua presenza nel nucleo originario dei volontari partiti per la Sicilia.

Il Risorgimento, del resto, era già una storia di famiglia. Il padre, conosciuto come Luigi Grandi, si chiamava in realtà Tobia Arienti, era originario di Lissone e aveva assunto l’identità di un compagno morto per sfuggire alla polizia austriaca. Dopo il trasferimento della famiglia in Sardegna, lasciò l’isola, raggiunse il Sud America e combatté con Garibaldi a Montevideo. Tornato in Europa nel 1848, partecipò alle campagne in Lombardia e alla difesa della Repubblica Romana.

Francesco crebbe quindi in un ambiente in cui politica, esilio e militanza erano esperienze concrete. Ancora bambino raggiunse il padre a Genova e qui cominciò la sua formazione. Studiò disegno, soggiornò tra Sarzana, Firenze, Roma e Genova e imparò l’ebanisteria nell’attività paterna legata alla produzione di mobili.

Alla morte del padre, nel 1857, era ancora adolescente. Rimase a Genova, lavorando come disegnatore e frequentando gli ambienti democratici e mazziniani. Nel 1859 si arruolò volontario nei Carabinieri Genovesi. Quando l’anno seguente Garibaldi preparò la spedizione in Sicilia, Grandi aveva dunque già esperienza militare.

Il 5 maggio 1860 salì a bordo a Quarto. Nell’elenco ufficiale dei Mille è il numero 524: Francesco Grandi di Luigi, nato a Tempio, intarsiatore.

La partenza dei Mille. Tetar Van Elven 1889

Sei giorni dopo sbarcò a Marsala. Il 15 maggio combatté a Calatafimi e rimase ferito. Nei ricordi scritti molti anni più tardi raccontò la concitazione della battaglia e il momento in cui i garibaldini compresero che un segnale di ritirata udito durante lo scontro proveniva in realtà dalle linee borboniche.

Anche durante la campagna emerse la sua formazione artistica. Secondo le sue memorie, Garibaldi, saputo che sapeva disegnare, gli affidò alcuni bozzetti per rendere più uniforme l’abbigliamento dei volontari. Da qui nacque in seguito la leggenda secondo cui Grandi avrebbe addirittura inventato la camicia rossa. Non fu così: la camicia era già un simbolo garibaldino dai tempi delle campagne sudamericane. Grandi contribuì, più verosimilmente, a elaborare modelli per le uniformi del 1860.

Stampa popolare dell'epoca che mostra Garibaldi con le divise, da destra, di comandante di cacciatori delle Alpi (1859), spedizione dei Mille (1860) e dei volontari 1848

Dopo Calatafini partecipò alla conquista di Palermo. Fu promosso tenente e divenne aiutante di campo di Nino Bixio, trovandosi così vicino a uno dei protagonisti dell’impresa e testimone di uno dei suoi episodi più controversi.

Nell’agosto 1860 era infatti a Bronte, dove una rivolta sociale era degenerata in violenze e omicidi. Bixio, inviato a ristabilire l’ordine, istituì un tribunale militare che condannò a morte cinque uomini.

Grandi assistette alla fucilazione del 10 agosto e ne lasciò un racconto drammatico. Tra i condannati c’era Nunzio Ciraldo Fraiunco, considerato mentalmente infermo. Secondo Grandi, sopravvisse alla prima scarica e, convinto di essere stato salvato dalla Madonna, implorò di essere risparmiato. Fu invece ucciso poco dopo. Quel ricordo, scritto a distanza di decenni, sarebbe diventato una delle testimonianze utilizzate nelle successive ricostruzioni dei fatti di Bronte.

La spedizione continuò sul continente. Tra il 20 e il 21 agosto Grandi combatté a Reggio Calabria e le biografie lo indicano alla testa dell’avanguardia entrata in città. Per il comportamento tenuto durante la campagna ricevette la medaglia d’argento al valor militare. Il 1° ottobre partecipò anche alla battaglia del Volturno.

Franz Wenzel Schwarz: Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 (Napoli, Museo civico di Castel Nuovo) Fonte Wikipedia

Poi, quasi improvvisamente, la sua vita militare finì.

All’inizio del 1861 Grandi lasciò il servizio volontario. Non cercò una carriera nell’esercito del nuovo Regno d’Italia. Tornò invece al mestiere con cui era stato registrato tra i Mille: il disegno, il legno, l’intarsio.

Lavorò anche a Cagliari come professore di disegno e maestro d’intarsio, partecipando a esposizioni dedicate alle arti applicate. Nel 1877 si trasferì a Sorrento, città dalla lunga tradizione nella tarsia lignea. Qui aprì un’attività e cominciò a dedicarsi sempre più alla formazione degli artigiani.

Il passaggio decisivo arrivò negli anni Ottanta. Il 5 aprile 1885 fu avviato nell’ex convento dei Teatini un corso serale di disegno, intarsio ed ebanisteria. L’anno seguente un regio decreto istituì la Regia Scuola d’Arte applicata alla Tarsia e all’Intaglio. Francesco Grandi ne divenne il primo direttore.

La scuola di intarso in legno a Sorrento

La sua idea era semplice e moderna: un artigiano non doveva soltanto conoscere i segreti della bottega. Doveva saper progettare. Il disegno diventava così il centro della formazione, insieme a geometria, figura, ornato, intaglio ed ebanisteria.

Sotto la sua direzione la scuola acquistò prestigio e partecipò a esposizioni internazionali. Fu presente a Chicago nel 1893 e all’Esposizione universale di Parigi del 1900 ottenne una medaglia d’argento nella sezione dedicata all’insegnamento specialistico, industriale e commerciale.

Grandi rimase alla guida dell’istituto fino al 1914. Il ragazzo che mezzo secolo prima aveva attraversato l’ Italia con i volontari di Garibaldi era ormai un maestro e un organizzatore della formazione artistica degli artigiani

Negli ultimi anni affidò alla scrittura i ricordi della propria giovinezza e della spedizione. Il suo memoriale, noto come "Ricordi di un luogotenente dei Mille”, resta la principale testimonianza diretta della sua esperienza.

Morì a Roma l’8 giugno 1934, ultranovantenne. Era uno degli ultimissimi superstiti dei Mille.

Francesco Grandi
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