«Eco oggi forse farebbe guerriglia col silenzio»
Finiti i dieci anni di “embargo post mortem” chiesti dall’intellettuale, il semiologo Franciscu Sedda ne traccia un ritrattoFranciscu Sedda e Umberto Eco a tavola a Carloforte nel 2010 (foto dal profilo Fb di Franciscu Sedda)
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Come in tanti ci hanno ricordato, il 19 febbraio sono scaduti i dieci anni di silenzio che Umberto Eco prescrisse, o almeno richiese, per il suo post mortem. Ora che senza violarne le volontà si può parlare del semiologo e romanziere e intellettuale e tante altre cose, premettendo l’aggettivo “grande” a ogni apposizione, per una testata sarda l’ interlocutore naturale è Franciscu Sedda. Che ha anche lui più di una vita parallela, o quantomeno un profilo piuttosto sfaccettato, dato che è presidente del movimento indipendentista “A Innantis!” e componente dello staff della presidenza della Giunta regionale, ma anche e soprattutto – almeno ai fini di questa conversazione – docente ordinario di semiotica all’università di Cagliari. Il suo percorso da studioso nasce dalle parole di Eco, la sua riflessione su di lui comincia dal silenzio che chiese per questi dieci anni. Un embargo che secondo Sedda aveva «un senso abbastanza chiaro, direi. Da un lato c’era l’anticonformismo tipico di Eco, dall’altro la volontà di evitare un chiacchiericcio inutilmente celebrativo che poteva svilupparsi a caldo, con la speranza che più avanti, in modo più meditato, si possa cominciare a rielaborare la sua produzione. Che è vastissima, ricordiamolo: parliamo davvero di un uomo dal multiforme ingegno, che ha praticato forme di intervento molto diverse fra loro, dal romanzo al trattato, dall’allestimento di mostre al Louvre alla musica colta, passando per le “Bustine di minerva” e le avanguardie».
Ma questo fermo biologico della chiacchiera ha funzionato?
Lo vedremo presto, visto che si annunciano dei momenti convegnistici molto importanti. Anche se la vera sfida, enorme, sarà quella di riuscire, come singoli o come comunità di studiosi, a far rivivere l’acume echiano e rilanciare la centralità sociale della semiotica. Di certo alcune delle primissime cose scritte allo scadere dei dieci anni danno proprio l’immagine che lo avrebbe disturbato.
Quale?
Quella molto mainstream e agiografica di un santino pacioccone buono per tutti. Io invece condivido quello che altri hanno voluto sottolineare: Eco sapeva essere disturbante. La sua era un’elaborazione impegnativa, e le sue prese di posizione dal punto di vista sociale e politico potevano essere aspre e incuranti del politically correct.
Siamo nel Paese dove Gramsci è passato dal carcere fascista alle citazioni sulle tazze da tè: la santinizzazione è una tendenza irrefrenabile.
Rileggevo giorni fa la “Bustina” in cui Eco sostanzialmente dava ragione a Pasolini: se uno guarda all’Italia di oggi – scriveva nel 2015 ma il discorso non cambia granché - ci trova più i segni dell’influenza del capitalismo consumista che del fascismo con il suo culto dello Stato. Una società del disimpegno e dell’apparire, dell’individualismo che se ne frega delle regole, pervasa da una leggerezza tutto sommato cinica e disincantata.
E quindi?
E quindi in un trend del genere ci sta anche che i pensatori diventino degli oggetti di feticismo, delle merci. Ma forse Eco aggiungerebbe che è il destino di tutti i pensieri complessi: essere trivializzati nel percorso verso la dimensione di massa. Ma questo fenomeno oggi è rafforzato dalle tendenze social alla fruizione immediata e alla semplificazione estrema.
Diamo una nota di speranza.
Ci sono dei ragazzi che in questi dieci anni sono cresciuti senza sentir parlare di Eco: proprio non gli si attiva il “nodo enciclopedico” se glielo nomini. Magari questa profusione di comunicazione ha raggiunto o raggiungerà qualcuno che non lo conosceva, e forse lo incuriosirà fino a fargli leggere qualcosa di suo. Magari cominciando dai romanzi.
Oppure da “Come si fa una tesi di laurea”.
Guardi, quello è un libro che ho venerato. Però oggi, per quanto sono diventate brevi e rapide le tesi della triennale, forse bisognerebbe intitolarlo “Come si fa una tesi di dottorato”.
Se vogliamo la cosa sorprendente è che l’embargo sia stato rispettato.
Sì, tendenzialmente lo è stato. Ovviamente l’accademia non ha mai smesso di parlare di Eco, e d’altronde i riferimenti alla sua opera sono imprescindibili, però non sono mai stati organizzati convegni né è stato fatto un lavoro sistematico di indagine sulla sua eredità. Come dire, era una figura rispettata da tutti e ci si è sentiti in dovere di obbedire. Adesso spero che dai convegni e dai confronti degli studiosi cominci a emergere quanto c’è di vivo del suo pensiero. A Bologna ad esempio si terrà un grande convegno nel quale in tanti siamo coinvolti e dove penso che arriveranno centinaia se non migliaia di studiosi.
Lei interverrà?
Sì, cercherò di dire che cosa rimane a mio avviso della “guerriglia semiologica” che Eco ha teorizzato, oltre a praticarla attraverso i suoi interventi settimanali.
In che cosa consiste?
Nella critica avvertita di quel che ci accade attorno, di quel continuo riorientamento della lettura della realtà e dei messaggi che circolano e cercano di orientarne il corso. Ma che cosa accade con i social, quando tutti commentano tutto? Quell’utopia è realizzata? O diventa una distopia?
Una guerriglia civile, per certi versi.
Ecco, ma quella polarizzazione feroce che si scatena sui social è già, come dire, nelle cose? È già nella struttura di questa comunicazione? Oppure arriva da lontano perché è insita nell’indole umana, ma finora era meno visibile e quindi anche meno produttiva di effetti? O magari incidono anche fenomeni che mettiamo poco in conto ma in realtà sono significativi, e parlo per esempio del crollo dell’istruzione, della lettura, del riconoscimento dell’autorevolezza? E come vede sto prendendo in esame solo un filone circoscritto delle sue prese di posizione: il primo problema di chi vuole fare i conti con l’opera di Eco è che è enorme, la capacità intellettuale che serve per dominarla e in qualche modo renderla è cosa da far tremare i polsi.
Lei quando ha conosciuto Eco?
Quando, come presidente della commissione, mi assegnò il premio Cavicchioli, un riconoscimento biennale per la migliore tesi di semiotica. Chiaramente io avevo studiato i suoi libri, rimanendone folgorato, e inoltre lavoravo con una sua allieva e amica come Isabella Pezzini e lo avevo visto nel corso di una memorabile presentazione di “La svolta semiotica” di Paolo Fabbri, il suo storico amico-nemico con cui quel giorno duettò e duellò davanti a noi. Ma non potevo dire di avere un rapporto personale con lui. Invece quando mi ha premiato per “Tradurre la tradizione”, la mia tesi di laurea (era ancora di quelle all’antica, quattrocento pagine mazzosissime con centinaia di riferimenti bibliografici come chiedeva lui) a quel punto si è stabilita una relazione. Fra l’altro quel giorno incrociai un mio collega che aveva appena vinto il dottorato a Bologna e chiaramente – io premiato da Eco, lui vincitore del dottorato alla sua cattedra – ci sentivamo un po’ degli eletti, no? Bene, Eco ci vede chiacchierare e fa: “Ah, quindi voi due vi conoscete… Ma ditemi un po’: siete solo amici o siete anche contubernali?”. E mentre noi lo guardiamo spiazzati, fa un sorrisetto ironico e se ne va. “Ma lo avrà capito che non abbiamo capito?”, “Altroché, secondo me lo ha fatto apposta per farci abbassare la cresta”. “Tu dici?”. E ci siamo lasciati così, su queste note di smarrimento. Senonché qualche giorno dopo il mio amico mi telefona: “Ho scoperto che cosa vuol dire contubernali”. “E che vuol dire?”. “Eh, vuol dire amici”. Ecco, nella frequentazione con Eco da un lato c’era la dimensione del merito, diciamo, ma al contempo anche il gioco, l’ironia, la sfida intellettuale… Ti lanciava continuamente dei segni, dei messaggi. Non ci si poteva mai rilassare troppo.
Altre occasioni di incontro?
Tante, e devo dire che mi restano in mente soprattutto quelle conviviali. È incredibile quanto fosse alla mano. Soprattutto se penso a tante altre persone che mi è capitato di frequentare da giovane studioso, tutte così pronte a farti sentire e pesare la loro posizione gerarchica. Invece con Eco questo non succedeva, mai. Certo, sarebbe falso fingere che non mettesse soggezione: con lui era naturale aver paura di dire uno strafalcione, anche perché non si sarebbe messo problemi a fartelo notare. Se ti doveva stroncare ti stroncava, soprattutto se facevi l’errore di fare lo splendido o darti delle arie. Ricordo un convegno a Rimini dove un poverino fece una domanda lunghissima, facendo sfoggio di sofisticata erudizione filosofica. “Questo mi ricorda una questione già risolta”, gli rispose lui. E citò due frati medievali sconosciuti alle masse, o forse inventati su due piedi, che avevano dibattuto su quel tema. Come dire: dopo mille anni tu sei ancora qui a farti queste domande quando avevano già risposto due fraticelli che io ho studiato e tu no. Ecco, quando eri con lui ti sentivi sempre un po’ sulla corda. Ma al tempo stesso c’era un’atmosfera di grande divertimento. Sono andato a recuperare qualche foto di quelle giornate a Carloforte, quando accettò di partecipare alla prima edizione di “Úìze”. La prima sera eravamo in ristorante e c’erano anche Omar Calabrese e Paolo Fabbri, praticamente ero a tavola con la Santissima Trinità della semiotica europea. Arriva il polpo e lì cominciano con i giochi di parole, da “mi prenda un polpo” a “polpo di genio” e “polpo grosso!”, per poi scivolare sulle barzellette fino a quella famosa di “latte e cozze”. E mia moglie Ornella, che da una vita sognava di incontrare Umberto Eco, a quel punto mi guarda e fa: “Ma scusa, questa la racconta Benito Urgu, dai!”. Però al di là del cazzeggio, e al di là della sua capacità di prendere poi spunto da un gioco di parole per proporre una riflessione che davvero ti ossigenava, la cosa che ricordo di più di quei giorni è il suo atteggiamento, la sua umanità. Per capirci: era fermamente convinto di essere in debito con me per quelle giornate, diceva che gli stavo facendo un regalo. E dato che dopo il convegno si sarebbe trattenuto per un po’ a Carloforte e riteneva che lo avessimo trattato troppo bene, finiti i lavori per sdebitarsi pretese che ogni sera Ornella e io fossimo suoi ospiti a cena. Chissà, forse avrei dovuto sfruttare di più quel regalo e approfondire con lui qualche questione teorica, approfittarne dal punto di vista scientifico, però in quei momenti era evidente che preferiva tenere la conversazione su altri temi e su altri livelli. E devo dire che conveniva lasciarglielo fare, perché sapeva creare un’atmosfera irripetibile. Anche perché era un uomo del tutto imprevedibile: sul traghetto per Carloforte si mise a cantare con la sua voce roca, quasi in trance, “Olidin olidena, sabbu a Camuggi e dumenega a Zena”, davanti a centinaia di passeggeri che lì sul ponte lo guardavano a bocca aperta.
E lei?
E che dovevo fare? Mi sono messo a cantare anch’io. “Ah – mi fa – la conosci anche tu?”. “Ma prof, qui la cantiamo sempre per la casciandra, quando si fa festa di popolo e si sta tutti insieme”. “Ah, che bello, bravi… Io invece l’ultima volta l’ho cantata con Renzo Piano ai funerali di Luciano Berio!”.
A Carloforte si trovò bene.
Benissimo, anche perché riviveva i suoni e le atmosfere delle estati della sua infanzia, che trascorreva in Liguria. E naturalmente a Carloforte tutti erano felici che ci fosse Eco. Quando si seppe che sarebbe arrivato, i ristoratori fecero a gara per prenotarsi per fargli assaggiare le loro specialità di tonno, l’orgoglio della gastronomia locale, ognuno con la sua personalissima ricetta.
Bello.
Certo, bello. Ma la notte prima dell’arrivo del prof mia moglie, che per entrare in atmosfera stava rileggendo “Il secondo Diario minimo”, mi sveglia angosciata: “Leggi qui: Eco odia il tonno!”.
Un dramma.
E certo: lì che fai, chiedi a tutti i ristoratori di cambiare menu? Fra l’altro erano le due di notte, non gli potevo mica telefonare per sapere se aveva cambiato gusti. Però trovai il coraggio di scrivergli una mail al suo indirizzo privato, che cercavo di usare con grande parsimonia: “Qui la specialità sarebbe il tonno e ho appena appreso che lei lo detesta: vuole che le faccia preparare un’alternativa? Ha delle preferenze?”. Mi ha risposto dieci minuti dopo: “Ma no, lì parlavo del tonno in scatola che ci davano le suore, un vero schifo. Stai tranquillo, Franciscu: a parte quello mangio tutto”.
Onnivoro ma buongustaio, dicono.
Goloso. Una sera a cena da Isabella Pezzini voleva a tutti i costi un whisky. “Ma no Umberto, il medico ti ha detto che non lo devi bere… Però posso darti delle caramelline, va bene?”, “Non le voglio le caramelline, voglio il whisky! E poi il medico ha detto che un dito lo posso bere”, “Ma quello è un dito in verticale, il medico ti avrà detto un dito così, dai…”. Insomma, alla fine ottiene il whisky, lo manda giù, saluta e fa per andarsene. Ma subito riapre la porta: “Franciscu, dove sono quelle caramelline?”. “Lì, prof, nella ciotola”. E lui, ficcandosene due manciate nelle tasche: “Queste me le mangio dopo mentre leggo Dylan Dog. Buonanotte”.
Morendo dieci anni fa, Eco si è perso il Covid, il movimento Maga e il caso Epstein. Da raffinato complottologo, che cosa lo avrebbe divertito di più?
Per certi versi il Maga lo aveva previsto. Pensiamo a tutta la teorizzazione di quello che chiamava populismo mediatico, che in quel momento identificava con Berlusconi e con l’utilizzo dei media per creare un rapporto diretto con il popolo, bypassare il Parlamento, criticare i giudici e i poteri di controllo e chiedere un consenso immediato per il leader. E se avesse messo insieme questo aspetto con i suoi altri ragionamenti sulla trasformazione della rete in uno sfogatoio di complottismi, uno spazio di costruzione di dicerie anonime che crescono in modo incontrollato, lo avrebbe visto come un esito naturale. Questo non significa che Eco, soprattutto nei primissimi anni Duemila, non avesse anche una visione ottimista della rete: ci sono dei suoi interventi in cui la vede come uno spazio incontrollabile dal potere, e dunque un ambito in cui una parola può essere detta come un atto di liberazione. Ad esempio immaginava, forse un po’ ottimisticamente, cha attraverso la rete potesse passare il dissenso politico cinese. Quindi non gli sfuggiva l’aspetto liberatorio di internet, ma mi sembra che questa iniziale ambivalenza con il tempo abbia lasciato spazio a un tono più pessimista. Il tono, per intenderci, di quando parlava della famosa legione di imbecilli che in rete possono far valere la propria parola quanto quella del premio Nobel. E più che un giudizio la sua era una constatazione: prendeva atto che le gerarchie erano state abbattute. Sia chiaro, un filtro può sempre avere un effetto distorsivo, o censorio, e ad esempio i giornali non sono sempre stati lo specchio del merito, però c’era comunque un meccanismo di costruzione dell’autorevolezza che setacciava e tratteneva certe follie, limitandole al chiacchiericcio da bar. La rete invece ha aperto le gabbie, e lui constatava che si era appiattita la semiosi.
Che cosa significa?
Che sono saltate le gerarchie semiotiche che avevano regolato la veridicità delle affermazioni, e dunque il fondamento della fiducia condivisa. E in questo profluvio di parole vuote si perde il senso del commento sociale come lo intendeva lui. L’algoritmo, lo sappiamo, premia chi crea più engagement, magari dando in pasto ai follower un nemico da abbattere e proponendo un pensiero assertivo, senza sfumature e senza problematicità. Perciò non è un caso se Eco sul finire della sua carriera si dedicò al tema del silenzio, che infatti richiama i dieci anni di silenzio su di sé prescritti per il post mortem. Nelle sue ultime riflessioni il silenzio diventava una cosa preziosa, quasi un investimento esistenziale che riavvicinava, diceva lui, a quei padri della cristianità che andavano nel deserto a cercare un contatto più profondo con sé stessi e con il cosmo. Chissà, forse oggi Umberto Eco farebbe guerriglia attraverso forme ingegnose di silenzio.
Un’oasi di silenzio in un deserto di parole vuote.
Nel momento in cui vale tutto – era il suo rovello – allora salta il contratto sociale. E quindi penso che il movimento Maga, per concludere, lo avrebbe sorpreso relativamente. Anche perché i tratti del “fascismo eterno” di cui parlava lui sono più o meno gli stessi: l’appello carismatico diretto, la costruzione del nemico, la contraddittorietà del leader - che deve pescare consenso un po’ da tutte le parti e intanto spiazzare gli avversari – e il suo vittimismo, il suo dipingersi come bersaglio di un complotto mentre ne è l’organizzatore. E qui arriviamo dritti al caso Epstein: i Maga ci hanno campato per anni, promettendo di svelarlo nei dettagli una volta al potere, e poi dentro c’era Trump, per cui adesso il punto è come annacquarne il ruolo. Magari scatenando guerre ogni settimana…Ma evocare i complotti oltre che a colpire il nemico serve anche a suscitare un piacere estetico: il complotto ti spiega il mondo, ti evita di ricostruire rapporti complessi di causa-effetto. Eco citava Popper quando spiegava che, se non ci sono più le divinità di Omero né Dio onnipotente, allora devi inventarti un potere occulto che spiega tutto. Questo ti fa partecipare a una conoscenza “esoterica” che gli altri non hanno, e in qualche modo partecipi anche tu al disvelamento, per una volta ti senti protagonista. E poi ti offre un’immagine globale, puoi finalmente vedere un quadro perfetto, senza più mille sfumature, mille inciampi, mille casualità. Sì, credo che Eco ritroverebbe in pieno questi elementi che a suo tempo aveva individuato. Quanto al Covid, posso immaginare che lo scatenarsi della furia antiscientista gli avrebbe confermato un certo pessimismo sul genere umano. D’altronde un complotto per diffondere il virus sarebbe enormemente ampio e avrebbe bisogno di una assoluta perfezione organizzativa. Immagino che Eco direbbe: “Non ho abbastanza fiducia nelle capacità del genere umano per credere che ci riuscirebbe”. O qualcosa del genere.
