Disabilità e rappresentazione: su Netflix sbarca il modello Bridgerton
Dai balli ai salotti dell’alta società: la diversità c’è senza essere raccontata, parte naturale di un’umanità imperfettaLa coppia: sono Benedict (Luke Thompson, 37 anni) e la Dama d’Argento (Yerin Ha, 28 anni) i personaggi al centro della quarta stagione
Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Molto più che semplici balli delle debuttanti, intrighi amorosi e gossip di Lady Whistledown. Dietro i corsetti stringati e gli abiti più eleganti, Bridgerton – tra le serie più popolari di Netflix degli ultimi anni – sceglie di raccontare il passato in modo molto più contemporaneo di quanto si possa immaginare.
E non si tratta solo delle scelte musicali – splendide riletture in chiave ottocentesca di grandi successi, da Miley Cyrus a Shawn Mendes – ma di un dettaglio più silenzioso e volutamente non spiegato: la disabilità.
Niente pietismi, spiegazioni didascaliche o inquadrature forzate. Nessun personaggio eroico né storie strappalacrime: Bridgerton non punta i riflettori sulla disabilità, la lascia esistere come una sfumatura naturale della società.
Certo, una scelta del tutto inesatta dal punto di vista storico. La trama è ambientata nella Londra dei primi anni dell’Ottocento – la cosiddetta Regency Era – epoca in cui le persone con disabilità venivano spesso nascoste o allontanate dalle stesse famiglie, per non comprometterne il buon nome. La serie firmata Shondaland sceglie invece di andare in direzione opposta e riscrivere questa dinamica. Non ignora la storia, ma la osserva con uno sguardo contemporaneo: le disabilità fisiche – e anche quelle intellettive, nello spin-off Queen Charlotte: A Bridgerton Story – appaiono così in modo naturale nel corso della narrazione, senza mai essere esplicitamente nominate.
Il primo esempio è Lady Danbury, interpretata da Adjoa Andoh, e il suo bastone. Un personaggio tutt’altro che fragile: il bastone diventa parte integrante della sua presenza scenica e non ne intacca l’autorevolezza, ma anzi la rafforza. È una donna anziana con difficoltà motorie, proprio come l’attrice che la interpreta, che ha dichiarato di convivere con la disprassia, una “disabilità invisibile” che influisce sulla coordinazione motoria.
Uno dei casi più evidenti di questo approccio, nella terza stagione, è Lord Remington, interpretato da Zak Ford-Williams, attore con disabilità che utilizza una sedia a rotelle anche nella vita reale. Nella serie, però, non è “il personaggio disabile”: è semplicemente un membro della società, presente a un ballo e inserito, senza enfasi, in una possibile dinamica sentimentale con Penelope Featherington. Non un attore che interpreta una disabilità, dunque, ma un uomo con esigenze specifiche che interpreta un ruolo costruito su misura. Anche la sedia a rotelle, adattata scenograficamente al contesto storico, diventa parte dell’ambiente: un’integrazione reale, mai sottolineata né ostentata.
Significativo anche il caso della famiglia Stowell, che comunica attraverso la lingua dei segni. Lady Stowell e sua figlia Dolores sono interpretate da Sophie Woolley e Kitty Devlin, attrici sorde anche nella vita reale.
Ultimo esempio, introdotto nella stagione più recente, è Hazel, la cameriera amica di Sophie Baek, interpretata da Gracie McGonigal, giovane attrice con un’anomalia congenita all’arto. Nessuna lente d’ingrandimento puntata sul suo corpo: la sua condizione non viene mai nominata nei dialoghi né enfatizzata visivamente. La sua diversità esiste, è evidente, ma non diventa argomento di conversazione. Shondaland abbandona così quegli schemi narrativi per cui una disabilità deve necessariamente essere spiegata o accompagnata da storie di coraggio, lotta o trauma.
Il progetto Bridgerton si rivela un esempio riuscito di inclusione, che non richiede forzature né artifici. Attori con disabilità sono presenti in scena per quello che sono, senza che la loro condizione diventi il centro della narrazione. Una normalizzazione così efficace da rendere quasi impercettibile la presenza stessa della disabilità.
Non c’è bisogno di spiegare ogni differenza perché sia legittima: è nel momento in cui smettiamo di evidenziarla che la diversità trova davvero spazio, diventando parte naturale di un’umanità inevitabilmente imperfetta.
