Costantino Nivola, l’uomo che faceva parlare le pietre
Interviste, materiale d’archivio, memorie: il docufilm di Peter Marcias è l’ultimo dei ritratti dedicati al grande artista di OraniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Non ha avuto il Nastro d’Argento, ma già l’essere stato inserito tra i docufilm finalisti del prestigioso premio assegnato dai giornalisti cinematografici italiani, è di per sé un traguardo importante. “Looking for Nivola” di Peter Marcias era nella quarantina di titoli scelti tra i 195 visionati dalla giuria, ma nella sezione Cinema in cui era stato selezionato l’ha spuntata “Roberto Rossellini-Più di una vita” di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti, l’inedita storia degli ultimi vent’anni del maestro del cinema fra vita pubblica e privata.
E il racconto di un altro grande, della vita intera di un altro grande, è il documentario di Peter Marcias, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma l’ottobre scorso e adesso in giro per il mondo. Ci sono le voci e i racconti dei familiari, dei compaesani, dei collaboratori famosi e di quelli ignoti al grande pubblico. Un formidabile ritratto, l’ultimo film dedicato all’artista dopo “The Sandman” (2021) di Enrico Pinna e Andrea Mura, e “Costantino Nivola” (1998) di Marco Agostinelli. Una monografia, quest’ultima, presentata a Nuoro in occasione dei dieci anni dalla morte dello scultore che, partito ragazzo da Orani, ha conquistato la scena creativa internazionale.
Una vita difficile e fantastica quella già raccontata in questi preziosi docufilm, e che altri sicuramente racconteranno. Una vita fantastica come quella che Antine Nivola immaginava da bambino: lo scrisse una volta in una lettera a Maria Lai: «Tutto quello che mi è successo l’ho inventato a quella età». L’età dell’infanzia a Orani, i giochi, la fame, il lavoro di muratorino col padre mastru ‘e muru, fino a quando, quindicenne, Mario Delitala lo portò con sé a Sassari, dopo averne ammirato il talento mentre disegnava un muro con un pezzo di tegola. Gli anni di studio a Monza, l’incontro con la collega Ruth Guggenheim. «Mira, est ebrea», dirà, presentandola come sposa a sua madre. «Commente nostra Sennora», aveva risposto lei. Poi la fuga a New York, lontano dalle persecuzioni antisemite, nel 1939; e la vita, il successo, l’incontro con grandi artisti come Le Corbusier, in America. «La mia seconda patria. L’altra è la Sardegna. Le amo entrambe, come un amante scellerato», disse. Tante le immagini di Costantino Nivola ripreso nella sua bella casa di East-Hampton, Long Island; Ruth, i bambini, lo studio sulla spiaggia dove inventa la tecnica del sand-casting, la colata di cemento sulla sabbia modellata, con la quale eseguirà i suoi pannelli più famosi.
E la nostalgia. «La Sardegna e l’infanzia sono inseparabili nei ricordi di Costantino», ha raccontato Ruth Nivola. «Ha sentito per tutta la vita una profonda, e spesso dolorosa, nostalgia per questa sua terra». La terra in cui ha imparato a guardare e ad ascoltare il mondo, la gente, la natura, persino il materiale - pietra, marmo, bronzo, travertino, terra, i suoi preferiti - con cui lavorava. «Costantino sentiva che la materia apparentemente inerte aveva una vita e una propria intelligenza», disse Ruth.
«Sei allo stesso tempo grande e piccola, fredda e calda, sempre confortante», diceva Nivola. Confortante è la donna, che regala piacere, cibo e amore. Immense e incombenti - le Madri, le Vedove, le Figure femminili, il Muro panciuto, pringiu, che è casa, famiglia, promessa di vita - le donne nell’opera nivoliana. E chissà se pensava anche ad Andrianedda, la ragazza che, come raccontava, lo aveva lavato appena nato, dandogli il benvenuto al mondo. Andrianedda che, saggia come una jana, gli insegnò una volta per tutte a guardare il mondo. «Stava zitta, durante le nostre passeggiate; sono sicuro che lo facesse perché ascoltassi il canto degli uccellini».
