Lunedì scorso il governatore del Tennessee Bill Lee ha respinto una petizione di grazia, e neppure la battaglia delle attiviste per i diritti delle donne e per la riforma della giustizia penale ha potuto far nulla per salvare Christa Pike, 50 anni, dall’iniezione letale per un omicidio commesso a 18 anni. Un delitto brutale; con l’allora fidanzato 17enne Tadaryl Shipp uccise Colleen Slemmer, collega di corso 19enne al Knoxville Job Corps, un centro di formazione professionale per giovani di famiglie in difficoltà. Lei, maggiorenne, fu condannata a morte un anno dopo, mentre Shipp, fu condannato all’ergastolo. Tutte le richieste di clemenza e gli argomenti a difesa portati dalle attiviste hanno puntualizzato la giovane età di Christa al momento del delitto, e soprattutto gli abusi fisici e sessuali subiti durante l’infanzia e l’adolescenza.

Christa Pike, unica donna nel braccio della morte del Tennessee, è la prima donna condannata alla pena capitale nello Stato dal 1819. Casi rari anche a livello nazionale. Secondo il Death Penalty Information Center, dal ritorno della pena capitale nel 1976 le esecuzioni di donne sono state circa l’1% del totale, 18 su oltre 1.600 uomini, e la rappresentanza femminile nei bracci della morte è di 48 su circa 2.100 detenuti. L’ultima donna giustiziata negli Stati Uniti è stata Amber McLaughlin, nel 2023 in Missouri.

Ma chi fu la prima in assoluto? Diverse fonti citano il nome di Jane Champion, accusata di infanticidio e condannata all’impiccagione nel 1632 a Jamestown, nella Colonia della Virginia.

Ma c’è una storia molto più vicina al nostro tempo, anno 1895. La storia di un’immigrata italiana a New York, salvata dalla sedia elettrica grazie alla battaglia di due attiviste. Si chiamava Maria Barbella, aveva ventidue anni, era originaria di Ferrandina, in Basilicata, e aveva sgozzato con un rasoio il suo convivente che, dopo averla sedotta, si era rifiutato di sposarla.

Durante il processo, cominciato l’11 luglio di quell’anno, aveva raccontato la sua storia. Maria spiegò perché il giorno del delitto, il 27 aprile, aveva con sé il rasoio. «Per tagliarmi le vene», nel caso lui l’avesse rifiutata ancora, ma non ricordava il momento in cui tagliò la gola a Domenico. «Non volevo ucciderlo», ripeteva. Un interprete traduceva quella sua strana lingua ch’era un miscuglio di inglese, italiano e dialetto. Così, tra la pessima traduzione della deposizione e il pregiudizio del giudice Goff che liquidava frettolosamente i testimoni della difesa, il verdetto era scontato: colpevole di omicidio di primo grado. Maria Barbella fu trasferita nel carcere di Sing Sing, in attesa dell’esecuzione della sentenza fissata per il 19 agosto. Nello Stato di New York, a partire dal 1845 già sette donne erano state condannate all’impiccagione per omicidio di primo grado (tra queste un’italiana, Chiara Cignarale, nel 1890, ma la pena venne commutata in ergastolo). Da quando però a Sing Sing era stata adottata l’invenzione del dottor Southwik, nel 1891, fu la giovane immigrata italiana la prima donna condannata a morire sulla sedia elettrica.

Il destino di Maria, però, non era scritto dentro quella sentenza. Cora Slocomb, contessa di Brazzà, una scrittrice americana sposata a un nobile italiano, prese a cuore il suo caso, così come Rebecca Salomé Foster, chiamata “l’angelo delle Tombs” perché da sempre era accanto ai detenuti del carcere newyorkese. Le due donne avevano seguito il processo nella speranza che la giustizia valutasse tutte le attenuanti a favore della giovane immigrata. Così non fu, e quindi bisognava salvare Maria dalla sedia elettrica. Cora avviò una petizione di grazia e, contemporaneamente, scelse un giovane e brillante avvocato perché patrocinasse la causa in appello.

Furono distribuiti migliaia di moduli, indirizzati al governatore, per la richiesta di grazia, e ben presto la petizione a favore di Maria Barbella si trasformò nella prima campagna della storia contro la pena di morte.

I quotidiani di New York - dal Sun al Recorder, dal New York Times all’Herald, al Brooklyn Daily Eagle - dopo un’iniziale titubanza si schierarono in difesa della giovane. Il World era fuori dal coro, ma ospitava comunque gli articoli di famose intellettuali femministe come Mary Livermore e Susan B. Anthony che denunciavano l’aspetto razziale del caso: l’ingiustizia nei confronti di una donna e di una povera immigrata.

La scrivania del governatore Morton fu subissata da migliaia di lettere di protesta contro la pena di morte e da 115mila moduli della petizione di grazia con centinaia di firme ciascuno.

Martedì 16 aprile 1896 la Corte d’appello, sulla base delle testimonianze negate e delle parzialità mostrate dal giudice Goff, concesse un nuovo processo a Maria Barbella. Tutto si giocava su un solo punto: stabilire se, al momento del delitto, la giovane era capace d’intendere e volere. Lo era, secondo l’accusa. Non lo era, sostenne invece la difesa, perché Maria - che, come la madre e i fratelli, soffriva di epilessia - «nel momento in cui uccideva Domenico Cataldo, veniva colpita da un attacco epilettico scatenato dall’ultima determinante scossa emotiva causata dal rifiuto di lui», e da quel «“neanche un porco ti sposerebbe”».

«Nell’istante dell’omicidio - dissero gli psichiatri interrogati - l’imputata era in uno stato simile al sonnambulismo: non si rendeva conto di quel che faceva». Venerdì 10 dicembre il verdetto: «Non colpevole».

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