Per un attimo, venerdì mattina, è sembrato che Cagliari si fermasse ad ascoltare le sue ombre. Non il traffico di viale Regina Margherita, non il brusio dei turisti, non i tavolini già pieni sotto il sole di maggio. Ma i passi di donne operaie, il rumore delle baionette, il crepitare delle fucilate davanti alla stazione ferroviaria. Centoventi anni dopo, la città ha restituito un nome ai suoi fantasmi. Giovanni Casula aveva sedici anni. Adolfo Caulino, detto Cardia, diciotto. Due ragazzi morti nel maggio del 1906 sotto il fuoco dell’esercito regio. Da venerdì una targa li ricorda all’ingresso delle Ferrovie dello Stato, proprio nel luogo dove si ritiene furono uccisi durante la repressione dei moti popolari. Poco più in alto, nel quartiere della Marina, le scalette che salgono da viale Regina Margherita verso piazza Ingrao portano ora il nome delle sigaraie della Manifattura Tabacchi: le donne che trascinarono Cagliari dentro una delle più grandi rivolte sociali della sua storia.

La cerimonia è iniziata lì, sulle “Iscalittas”. C’erano i parenti delle sigaraie, gli ultimi lavoratori della Manifattura, amministratori, curiosi, studiosi. Ma soprattutto c’era una sensazione strana: quella di una memoria riemersa troppo tardi. Quando il drappo rosso è scivolato via dalla pietra dedicata alle lavoratrici del 1906, qualcuno ha applaudito piano, qualcun altro aveva gli occhi lucidi. Perché in fondo questa non è mai stata soltanto una storia di pane. È una storia di fame, di corpi, di rabbia e di potere. Poi il piccolo corteo si è mosso verso la stazione. A piedi. Come se quel tratto di città andasse percorso lentamente, quasi in silenzio. Davanti all’ingresso ferroviario, dove oggi i viaggiatori guardano gli orari dei regionali, nel maggio del 1906 i soldati sparavano sulla folla. Prima cadde Cardia. Lo chiamavano così al mercato del largo Carlo Felice, anche se all’anagrafe era registrato con il lunghissimo nome di Adolfo Ignazio Sebastiano Caulino. Figlio di ignoti. Nato “sotto un cavolo”, come spesso si diceva degli orfani a cui veniva assegnato quel cognome. Aveva diciotto anni e vendeva frutta. Quel giorno si trovava davanti alla stazione insieme agli scioperanti. Volarono pietre. Poi l’esercito aprì il fuoco. Una pallottola lo colpì in fronte. Morì sul colpo. Giovanni Casula invece aveva sedici anni e faceva il muratore. Nato nel corso Vittorio Emanuele, fu raggiunto da una fucilata alla schiena. Forse stava scappando. Morì il giorno dopo all’ospedale San Giovanni di Dio.

L’Unione Sarda del 17 maggio 1906 liquidò il funerale con poche righe asciutte: “Stamane, all’una, dall’ospedale è partito il triste convoglio”. Poi il silenzio. Un silenzio durato più di un secolo. Eppure, quei giorni fecero tremare il Paese. La Sardegna del 1906 era una terra schiacciata dal caro viveri, dall’aumento del prezzo del pane, dalla crisi mineraria, dalle diseguaglianze. Lo Stato liberale stava modernizzando l’Italia lasciandosi però dietro enormi sacche di miseria. A Cagliari la rabbia montava da mesi. Operai, portuali, pescatori, artigiani, muratori: tutti sentivano di non riuscire più a vivere. Ma furono soprattutto le donne della Manifattura Tabacchi a trasformare il malcontento in una massa in movimento. Seicento lavoratori. Novanta per cento donne. Le sigaraie non erano figure folkloristiche da fotografia in bianco e nero. Erano operaie vere. Stavano dentro uno dei pochi grandi nuclei industriali della città. Avevano salari miseri, disciplina rigidissima, controlli continui. Eppure proprio quella fabbrica aveva dato loro qualcosa di nuovo: la coscienza di essere una forza collettiva.

Quando invasero le strade, Cagliari vide qualcosa che l’Italia liberale non era pronta ad accettare: donne povere che occupavano lo spazio pubblico e trasformavano la fame in conflitto politico. Non era solo protesta sociale. Era una rottura simbolica. Quelle donne chiedevano pane, certo. Ma chiedevano anche di essere viste. Di contare. Tra loro emerge la figura di Elvira Floris, trentenne, sigaraia, bandiera socialista in mano. Verrà arrestata, sospesa, licenziata, perseguitata per anni. Lo Stato non le perdonerà mai quella ribellione. Nemmeno dopo il carcere. Nemmeno da madre. La sua condanna le impedirà perfino di accedere alla sala di allattamento della Manifattura e di ottenere la liquidazione. La risposta del Regno fu quella che l’Italia liberale riservava quasi sempre ai poveri quando smettevano di avere paura: l’emergenza. L’esercito occupò la città. Lo stato d’assedio sospese di fatto le garanzie ordinarie. Il conflitto sociale venne trattato come una guerra interna. E Cagliari diventò un laboratorio della repressione nazionale. I feriti furono decine. Alcuni massacrati. Le cronache raccontano uomini colpiti ai polmoni, alle gambe, alla testa, trapassati da proiettili e baionette. Un guardiano dello stagno di Santa Gilla, Mario Coni, venne centrato da una scarica che lo devastò quasi interamente. “Versa in pericolo di vita”, annotava il giornale con una freddezza che oggi fa paura. Poi arrivarono gli arresti. Centinaia. E secondo Efisio Orano, ex segretario della Camera del Lavoro, almeno una quindicina di detenuti si sarebbero impiccati durante i lunghi mesi di carcere preventivo. Una tragedia sprofondata in una nebbia ancora più fitta dell’oblio caduto sui morti della stazione. Ma il sangue versato a Cagliari non rimase confinato nell’isola. I moti del maggio 1906 arrivarono in Parlamento. Diventarono un caso nazionale. La repressione violentissima contribuì alla caduta del governo Sonnino, travolto dalle accuse di avere affrontato una protesta sociale come una rivolta militare.

Ed è forse questo il paradosso più grande: una città periferica, considerata marginale dal potere centrale, riuscì a mettere in crisi l’Italia liberale.

Per questo le targhe inaugurate ieri non sono semplice arredo urbano. Non parlano soltanto di memoria. Parlano di ciò che una città sceglie finalmente di guardare in faccia. Le sigaraie, i pescatori, i muratori, i ragazzini uccisi davanti alla stazione non chiedevano rivoluzioni astratte. Chiedevano pane a un prezzo umano, salari dignitosi, condizioni di vita sopportabili. Chiedevano di vivere. E per questo furono trattati come un nemico.

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