Nato nel 1827 nel nord della Sardegna, in Gallura, Bastiano Tansu è passato alla storia come il “Muto di Gallura”. Era sordomuto dalla nascita, una condizione che, in un contesto rurale e isolato come quello gallurese dell’Ottocento, significava esclusione quasi totale. Crescere ai margini della società lo segna profondamente, condizionando le relazioni sociali e le opportunità di lavoro.

La Gallura di metà Ottocento è una regione povera, isolata e scarsamente controllata dalle autorità centrali. Lo Stato ha una presenza limitata, e le questioni di giustizia vengono spesso regolate localmente, secondo codici barbaricini. Le faide familiari sono frequenti e possono durare anni, generando decine di vittime. In questo contesto, l’onore e la vendetta privata costituiscono strumenti di regolazione sociale.

È proprio in una di queste faide che Tansu entra in contatto con la violenza. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta dell’Ottocento, la Gallura è teatro di uno scontro sanguinoso tra le famiglie Vasa, Mamia e Pileri. Secondo le cronache dell’epoca, Bastiano perde persone a lui vicine, probabilmente un parente stretto legato alla famiglia Vasa. L’episodio segna l’inizio della sua partecipazione attiva al conflitto.

Da quel momento, Tansu diventa un uomo d’armi. Non emerge come capo della fazione, ma come esecutore. La sua fama deriva anche dal fatto di essere sordomuto: non parla, non media, non tratta. Agisce solo. Le fonti concordano: il suo ruolo è operativo, inserito in un meccanismo più ampio di vendetta familiare. Partecipa ad agguati e omicidi mirati, seguendo le indicazioni di Pietro Vasa, figura di riferimento nella faida.

Le caratteristiche del suo comportamento e la condizione fisica contribuiscono a costruirne la leggenda. Tansu viene percepito come imprevedibile e spietato. La società locale, già abituata a un certo livello di violenza, lo considera temibile. La sua notorietà si consolida proprio per la combinazione tra capacità operativa e isolamento sociale: un individuo ai margini che diventa strumento di vendetta.

Nel 1856 arriva un momento di svolta: la cosiddetta pacificazione di Aggius riduce drasticamente gli scontri tra le famiglie. Le mediazioni locali e l’intervento delle autorità portano a una riduzione della violenza. Alcuni protagonisti della faida riescono a rientrare nei circuiti legali e sociali. Tansu no. La sua posizione, già compromessa dagli anni di attività violenta, lo costringe a continuare la latitanza. Non rientra in alcuna delle mediazioni e resta isolato, ormai scollegato anche dai rapporti familiari e di alleanza che lo avevano sostenuto.

Le informazioni sulla fase finale della sua vita sono frammentarie e in parte contraddittorie. La maggior parte delle ricostruzioni colloca la morte intorno al 1858. La scomparsa avviene in circostanze violente: probabilmente uno scontro con altri latitanti o un regolamento di conti. Non ci sono documentazioni ufficiali precise. Con la sua morte, Tansu scompare dalla scena reale, ma la sua storia non si esaurisce.

Nel 1884 lo scrittore Enrico Costa pubblica il romanzo “Il muto di Gallura”, che contribuisce a trasformarlo in personaggio letterario. L’opera miscela fatti storici e elementi romanzati, consolidando l’immagine di Bastiano Tansu nella cultura popolare sarda e italiana. Da quel momento, la sua notorietà supera i confini della Gallura, entrando nell’immaginario collettivo come simbolo di banditismo, emarginazione e violenza privata.

Dal punto di vista storico, Bastiano Tansu resta una figura circoscritta: un individuo marginale, coinvolto in una faida locale, senza ruoli politici né leadership autonoma. La sua notorietà deriva da tre fattori principali: la condizione personale, la partecipazione a un conflitto violento e la successiva rielaborazione letteraria. La sua vicenda consente di comprendere il funzionamento delle faide galluresi e del banditismo sardo dell’Ottocento: fenomeni radicati nel territorio, legati a logiche familiari e sociali, e difficilmente separabili dal contesto che li produce.

In sintesi, il “Muto di Gallura” non è un grande bandito, né un criminale organizzato. È il prodotto di un sistema, quello delle faide sarde, dove la linea tra giustizia e vendetta era spesso inesistente. La sua storia resta un esempio emblematico di come isolamento, marginalità e contesto violento possano trasformare un uomo ordinario in figura leggendaria.

© Riproduzione riservata