Arzana, Ogliastra. Un paese piccolo, incastonato tra i rilievi dell’interno. È qui che il 2 marzo 1947 nasce Attilio Cubeddu. Da questo piccolo centro periferico inizia una storia che segue da vicino l’evoluzione del banditismo sardo ma che, a differenza di molte altre storie simili, non ha mai trovato una conclusione definitiva.

Origini e formazione

Cubeddu cresce in una Sardegna segnata da isolamento economico, povertà diffusa e limitate opportunità. Un contesto in cui la marginalità sociale rappresenta spesso il terreno per imboccare strade sbagliate. Fin da giovane entra nel radar delle forze dell’ordine per reati minori, un passaggio ricorrente per chi, in quegli anni, si avvicina alla criminalità organizzata locale.

Presto sviluppa  una familiarità con il mondo dei sequestri di persona, inserendosi nella rete dell’Anonima Sequestri. Non si tratta di un’ organizzazione strutturata in senso classico, ma di una rete fluida, capace di adattarsi e operare anche al di fuori dell’isola, mantenendo però un forte radicamento nelle zone interne della Sardegna.

Cubeddu non emerge come figura apicale. Non ha un profilo ideologico né ambizioni di comando. Il suo ruolo è quello dell’esecutore: affidabile, discreto, capace di muoversi all’interno di un sistema criminale che richiede disciplina e silenzio.

La stagione dei sequestri

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, Cubeddu prende parte ad alcuni dei sequestri più rilevanti di quel periodo: Cristina Peruzzi nel 1981, Ludovica Rangoni Machiavelli e Patrizia Bauer nel 1983.

Sono gli anni in cui l’Anonima Sequestri consolida ed esporta il proprio modello operativo nel continente. Le vittime vengono rapite nel centro-nord e trasferite in Sardegna, dove vengono nascoste nelle aree più impervie dell’interno. Un sistema ormai rodato, capace di garantire lunghi periodi di detenzione e trattative complesse, che alimenta un vero e proprio mercato criminale.

Quei sequestri — insieme ad altri casi diventati simbolici, come quelli di Fabrizio De André o Farouk Kassam — contribuiscono a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media fino agli anni Novanta, segnando profondamente l’immagine dell’isola.

All’interno di questo scenario, Cubeddu si muove come uomo di fiducia, parte di un ingranaggio che funziona proprio grazie alla sua capacità di restare nell’ombra.

Arresto e carcere

L’arresto arriva nell’aprile del 1984, a Riccione. La condanna è a trent’anni di reclusione. Viene trasferito nel carcere di Badu ’e Carros, a Nuoro, uno degli istituti simbolo della detenzione legata al banditismo sardo. Qui costruisce un profilo apparentemente diverso: detenuto modello, comportamento disciplinato, nessuna infrazione rilevante. Ottiene permessi premio e beneficia di un percorso carcerario che sembra indicare una progressiva normalizzazione. Un’immagine che contribuisce a consolidare l’idea di un cambiamento reale.

Col senno di poi, quella trasformazione appare invece come una fase intermedia, destinata a interrompersi bruscamente.

La fuga

Il 7 febbraio 1997 Cubeddu esce dal carcere grazie a un permesso premio. Non farà ritorno. Da quel momento si apre una nuova fase della sua vita, quella della latitanza. Diventa “l’ultima primula rossa del banditismo sardo”, una definizione che sintetizza bene il suo status: l’unico esponente ancora attivo o comunque non rintracciato di una stagione criminale che, per il resto, si è progressivamente chiusa.

Il sequestro Soffiantini

Pochi mesi dopo la fuga, il nome di Cubeddu riemerge in uno dei casi più noti di quegli anni: il sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini.

Il suo ruolo non è marginale. Secondo le ricostruzioni, è il carceriere, colui che ha il compito di custodire l’ostaggio per un periodo lunghissimo: 237 giorni.

La testimonianza della vittima contribuisce a delinearne il profilo: “determinato e feroce”, “il più cattivo di tutti”. Parole che restituiscono l’immagine di un uomo abituato a esercitare il controllo e a gestire situazioni estreme.

Durante le fasi del sequestro muore il poliziotto Samuele Donatoni. Cubeddu verrà assolto in via definitiva per quell’omicidio, ma il suo nome resterà comunque legato alla vicenda.

È inoltre sospettato per il sequestro di Silvia Melis, sempre nel 1997, senza che venga mai formalizzata un’incriminazione.

La latitanza

Dal 1997 in poi, Attilio Cubeddu scompare.

Il suo nome viene inserito nella lista dei latitanti di massima pericolosità del Ministero dell’Interno, accanto a esponenti di primo piano della criminalità organizzata italiana. Le ricerche proseguono negli anni senza esito definitivo. Le indagini si estendono oltre i confini nazionali e si moltiplicano le ipotesi: Sardegna, Calabria, Germania, Spagna, fino al Sud America. Tracce, segnalazioni, piste che si accendono e si spengono senza mai portare a una svolta.

La sua latitanza diventa così qualcosa di più di una semplice fuga: una presenza che si definisce attraverso l’assenza, un vuoto che resiste al tempo e che continua a interrogare investigatori e opinione pubblica.

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