Alex Zanardi, una storia che tutti abbiamo il dovere di ricordare
Il campione di Bologna fa parlare di sé anche da morto: la famiglia ha appena prestato una sua carrozzina a un disabile di Padova che ha subìto un furtoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Ci sono storie che colpiscono. Che arrivano dentro. Che spazzano via il timore di una società perduta. Con Alex Zanardi succedeva quando era in vita. Ma anche da morto (il 1° maggio scorso).
È il 26 luglio quando a Jacopo Lolli, un disabile di Padova, rubano nell’androne di casa la carrozzina. Le sue gambe meccaniche. La garanzia della sua autonomia quotidiana. Jacopo subisce il furto ma non si dispera. Usa Facebook per lanciare un appello. Per chiedere aiuto. Quel post arriva sino a Obiettivo3, la società sportiva che Zanardi aveva fondato per promuovere lo sport paralimpico e sostenere l’inclusione delle persone con disabilità. Per Jacopo è un regalo. Gigantesco: la famiglia di Alex gli presta la carrozzina del campione, in attesa che la sanità pubblica gliene garantisca una nuova.
È come se Zanardi sia, per un attimo, tornato in vita. E sarebbe bellissimo. Ci manca maledettamente, Alex. Nelle sue imprese. Nelle sue massime. Nella dolcezza. In quel sorriso mai sofferente, seppure il dolore, non solo fisico, lo abbia dovuto attraversare tutto. E più volte.
La storia di Zanardi è una di quelle che non ci si stanca di raccontare.
È il 15 settembre del 2001 quando Alex perde entrambe le gambe. Sta correndo una gara del campionato Cart (auto a ruote scoperte). Pista di Lausitzring, in Germania. All’uscita dai box, perde il controllo della sua vettura e finisce di traverso sulla pista. Nulla di grave, se il destino non avesse aggiunto l’orrore. Tutto si sarebbe ridotto a un pilota con una giornata storta. Invece un’altra auto arriva nello stesso istante e lo centra in pieno, a oltre 300 chilometri orari. L’impatto è devastante: le gambe di Zanardi vengono tranciate di netto. Entrambe. Si parla di amputazione traumatica, in questi casi.
Chissà quanti si sarebbero arresi. Lui no. Alex era diverso. La sua diventa una storia di rinascita. Di resilienza. Di nuovi trionfi. Nel dicembre 2001, appena tre mesi dopo l’incidente in Germania, Zanardi si alza in piedi sulle protesi sul palco del Motor show di Bologna. Riceve il Casco d'Oro direttamente dalle mani di Michael Schumacher. La moglie Daniela è in prima fila. Le lacrime scendono a tutti, quella sera.
Zanardi torna prestissimo anche a guidare. Per vincere. E nel 2003 ritorna pure sulla pista di Lausitzring e completa, con un’auto da corsa modificata, i tredici giri che gli mancavano per finire la gara di due anni prima. Chi avrebbe avuto il coraggio di farlo? Lui sì.
Con la Bmw, gareggiando alla pari con i normodotati, vinse anche il Campionato mondiale di vetture turismo (Wtcc). E poi l'handbike e le Paralimpiadi: quattro ori a Londra nel 2012, due argenti a Rio nel 2016. E ancora: dodici titoli mondiali su strada. Zanardi una delle icone planetarie dello sport.
Ma nel giugno del 2020, sempre sulla sua handbike che tanti sorrisi gli aveva regalato, un altro incidente. Uno scontro con un camion. Doveva essere una staffetta benefica. È stato un nuovo dramma fisico, dal quale Alex non si è mai più davvero ripreso.
Da allora e sino alla morte, di Zanardi non si è quasi più saputo nulla. Ogni tanto, quando la pressione sulla famiglia si faceva più forte, si menzionava «un lungo e complesso percorso di riabilitazione». In quegli anni, Alex è entrato e uscito più volte dalla sala operatoria. E poi le degenze mai brevi, nel tentativo di restituirgli un po’ di normalità.
Come se non bastasse, nel 2022 un incendio nella sua casa di Noventa Padovana danneggia parte dei macchinari indispensabili per la sua riabilitazione.
Quando il destino di accanisce, non ce n’è per nessuno. Nemmeno per un uomo dal cuore buono, a cui la vita ha tolto moltissimo e restituito davvero poco.
Aveva 59 anni quando il 1° maggio scorso si è spento (era nato a Bologna il 23 ottobre del 1966). Su Alex Zanardi resterà indelebile anche discorso del figlio Niccolò ai funerali: «Papà mi ha sempre insegnato tanto, faceva tutto con il sorriso».
