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A Milano la storia degli ebrei italiani nella Grande Guerra

Venerdì 07 Settembre alle 09:50


A sinistra Alberto e Amedeo Segre, padre e zio della senatrice Liliana Segre, una delle grandi testimoni della Shoah; a destra La figlia di Giulio Bergmann, poi parlamentare della Repubblica, legge una lettera del padre giunta dal fronte

La Prima guerra mondiale, di cui in quest’autunno si celebrano i cent’anni dalla conclusione, raccoglie dentro di sé tantissime storie e tantissimi eventi. Molti sono conosciutissimi, anche dal grande pubblico, altri si sono un poco persi nelle pieghe della storia e del tempo che passa inesorabile.

Tra le vicende poco raccontate vi è sicuramente quella della partecipazione degli ebrei italiani alla Grande Guerra. Molti, infatti, furono gli italiani di origine ebraica che animarono il dibattito sulla partecipazione del nostro Paese al conflitto, molti furono quelli che partirono per il fronte, condividendo con migliaia di connazionali i pericoli e i drammi della guerra di trincea. Molti furono decorati, parecchi morirono.

A questa storia ancora poco conosciuta è dedicata la mostra fotografica "1915-1918 - Ebrei per l’Italia", ospitata fino al prossimo 4 novembre negli spazi del Memoriale della Shoah di Milano, presso la Stazione Centrale del capoluogo lombardo.

Già il luogo che ospita la mostra è carico di storia e di memoria perché il memoriale sorge là dove, durante il secondo conflitto mondiale, partirono la maggior parte dei treni che conducevano gli ebrei dall’Italia ad Auschwitz e allo sterminio. A questo si aggiunge la qualità del percorso espositivo, curato da Gadi Luzzatto Voghera e Daniela Scala della Fondazione CDEC Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, vera e propria occasione per scoprire nomi e volti dei tanti ebrei che si spesero per l’Italia negli anni del primo conflitto mondiale.

Furono, infatti, cinquemila gli arruolati, 450 i caduti e 700 i decorati. Non mancarono poi ufficiali medici, rabbini e anche le crocerossine destinate alla cura dei tanti feriti che il fronte restituiva alle retrovie così come sorsero organizzazioni e comitati per sopperire alle esigenze religiose dei militari ebrei.

Fu una partecipazione a 360 gradi quella degli ebrei italiani per i quali il primo conflitto mondiale rappresentò l’ideale prosecuzione di un percorso di emancipazione iniziato ancora nell’Ottocento con la chiusura dei ghetti sul territorio italiano.

Per gli ebrei dare il proprio contributo nella guerra voleva dire sentirsi parte di una patria italiana al pari degli altri, sancire definitivamente la propria appartenenza alla compagine nazionale e completare un processo di integrazione che era costato non poca fatica e sofferenze. Era un modo per rivendicare il proprio diritto-dovere di essere "uguali fra gli uguali". Alla fine della guerra furono ben pochi, nel mondo ebraico italiano, a dubitare del fatto di fare parte a tutti gli effetti dell’Italia che avevano contribuito a difendere. A tradire quei soldati e le loro famiglie ci avrebbe pensato, un ventennio dopo, l’introduzione delle leggi razziali volute da Benito Mussolini, la colpevole complicità di tanti, troppi italiani. Circa 250 furono i combattenti che vennero deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti perché la persecuzione e la discriminazione tragicamente non risparmiarono neppure chi fino a poco tempo prima era considerato alla stregua di un eroe.

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