Cultura

#Per approfondire: Diciamolo in italiano, please...

Lunedì 22 Gennaio alle 17:38


Mobbing, stalking, jobs act, spending review, master e tutor… nell’era di Internet le parole inglesi si stanno diffondendo a macchia d’olio nella nostra lingua e nel nostro uso quotidiano senza che si cerchino più adattamenti e alternative nostrane. Il risultato è che oramai in molti ambiti mancano le parole per “dirlo in italiano” e si ricorre agli anglicismi, spesso usati in maniera approssimativa, “maccheronica” dato che non sempre si è consapevoli del corretto significato nella lingua inglese.

Il rischio è di parlare l’itanglese, un idioma che sta lentamente svuotando l’italiano rendendolo più povero. Forse è venuto il momento di provare a mettere un freno a questa moda un po’ sciocca di farsi sedurre da ogni termine anglosassone quasi che questo ci rendesse più alla moda e più moderni. Insomma Diciamolo in Italiano, è questa l’esortazione che fa da titolo all’interessante saggio (Hoepli, 2017, Euro 14,99, pp. 264. Anche EBook) dato recentemente alle stampe da Antonio Zoppetti:

Il mio è un invito a superare una certa sudditanza nei confronti dell’inglese, una sudditanza che ci sta portando a importare anglicismi come mai è avvenuto nella nostra lingua. Questo sta facendo regredire il lessico in italiano, non si inventano nuove parole, non ci si sforza di creare neologismi. Numeri alla mano, dal 1990 al 2017 gli anglicismi in un dizionario come il Devoto-Oli sono più che raddoppiati passando da 1600 a 3400 circa.

Anche la loro frequenza d’uso è aumentata e stanno penetrando profondamente nel linguaggio comune. Se guardiamo ai maggiori dizionari dal 2000 in poi la metà dei nuovi termini è costituita da parole inglesi. Eppure tradurre si può. Pensiamo al mouse del computer… in spagnolo si usa “raton”, in francese “souris”. Invece noi abbiamo preso l’inglese e stop.

Come mai questa tendenza molto italiana?

"Un primo motivo è legato proprio alla nostra scarsa conoscenza dell’inglese. Secondo i dati Istat solo il 34% degli italiani è in grado di sostenere una qualche conversazione in inglese. Alla fine facciamo quindi come Alberto Sordi in Un americano a Roma e ci riempiamo la bocca di anglicismi. Ostentiamo una conoscenza che non abbiamo. Solitamente chi conosce bene una lingua non la ostenta e non la usa a sproposito".

Quanto conta una certa sudditanza nei confronti della cultura anglosassone?

"Sicuramente conta perché abbiamo sviluppato nel secondo Dopoguerra una cultura musicale, cinematografica e televisiva molto americana e inglese. A questo si aggiunge la fragilità della lingua italiana, una lingua che viene parlata comunemente da meno di un secolo. Prima si usavano quotidianamente i dialetti e l’italiano era relegato alla sfera letteraria".

Come invertire la rotta?

"Intanto bisogna cambiare mentalità e smettere di pensare che l’inglese è una moda passeggera, che molti anglicismi entrano nella nostra lingua per poi essere abbandonati in fretta. Oggi il mondo è quello della globalizzazione, dove l’inglese ha un ruolo notevolissimo. La nuova prospettiva è il rapporto tra locale e globale: dobbiamo evitare che l’italiano si contamini e diventi un dialetto d’Europa, dobbiamo difendere il nostro patrimonio linguistico esattamente come proteggiamo l’eccellenza della nostra gastronomia e degli altri prodotti culturali. Credo semplicemente che sia necessario recuperare un certo orgoglio per la propria lingua come avviene in altre nazioni europee".

Proibiamo l’inglese?

"No, però smettiamola di considerare più raffinato dire make-up al posto di trucco oppure meeting al posto di incontro. E ci deve essere il coraggio di fare gesti concreti. In Francia non si possono usare termini non francesi nei documenti pubblici. In Spagna lo Stato investe moltissimo nella promozione della lingua spagnola. In Germania, paese che ha un problema simile al nostro, le associazioni dei consumatori sono riuscite attraverso la protesta a far cambiare il linguaggio delle Ferrovie tedesche facendo tornare i termini originari. Perché noi dobbiamo avere l’economy, la business class e non la prima o la seconda classe come è sempre stato?".

La copertina del libro di Antonio Zoppetti
La copertina del libro di Antonio Zoppetti

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8 commenti

  • Mauriotto 23/01/2018 18:41:25

    chiedete ai francesi se inseriscono parole di inglese o qualsiasi altra lingua...anche le parole prettamente straniere tra cui nomi e addirittura cognomi li traducono in francese... come cristoforo colombo tradotto in christophe coulomb
  • Certocom 23/01/2018 13:50:24

    Autoscatto non selfie, d'annata non vintage, adolescente non teenager, dispositivo non device, legge sul lavoro non jobs act! Mi sono rotto di scrivere che il goal della mission aziendale avrà una deadline etc.....
  • franknews 23/01/2018 13:31:54

    "Un primo motivo è legato proprio alla nostra scarsa conoscenza dell’inglese." I primi sono i nostri cari politici, la stragrande maggioranza di loro non riesce a sostenere una conversazione in inglese ma, da qualche anno a questa parte, quando parlano nei dibattiti televisivi o scrivono le leggi, inseriscono un mucchio di parole inglesi per fare i saputelli che molti di loro non sanno neanche pronunciare. Quindi fanno come Alberto Sordi, riempendosi la bocca di anglicismi.
  • user236751 23/01/2018 10:29:50

    Condivido ogni parola, e aggiungo anche che almeno a me risulta davvero fastidioso, al limite della sgradevolezza, leggere un pezzo dove in ogni frase ci si imbatte in un termine inglese (date un'occhiata alle riviste di moda e vedrete...). Piccolo appunto: "tutor" è latino, come "media" ed altri; e qui si sfiora davvero il ridicolo quando sento che parole latine vengono pronunciate da italiani come le pronunciano gli inglesi (tiutor, midia)!!!
  • chicco82 23/01/2018 08:09:40

    fenomeno normale e meno pericoloso rispetto a come lo si vuole presentare. Tutte le lingue assorbono parole da altre lingue. Nell'800 e durante il fascismo ci fu una polemica analoga a proposito del francese che "invase" l'italiano col risultato che oggi usiamo parole di derivazione d'oltralpe a volte in maniera evidente (taxi, garage) a volta senza neanche saperlo (esempio constatare che arriva dal latino passando per la parola francese constater).
  • Giano 22/01/2018 21:47:44

    Ha ragione; l’intento è lodevole, ma temo che resterà inascoltato. La responsabilità del dilagare di anglicismi non è dei cittadini, ma di chi dovrebbe essere modello dell’uso corretto dell’italiano e invece lo sta distruggendo: conduttori televisivi, giornalisti, intellettuali, scrittori, politici. Sono questi che diffondono attraverso i media (specie stampa e TV) l’uso di termini inglesi e ne favoriscono la diffusione. La gente non fa altro che imitarli.
  • user221379 22/01/2018 20:22:30

    Bravissimo!!! Sono molti che la pensano come Lei. Purtroppo nessuno impedisce - come in Francia - sfregiare la nostra bella lingua.
  • Sardu613 22/01/2018 18:29:18

    Come il sardo è sparito dalla bocca di tutti, così lo sarà in un futuro più o meno remoto da noi anche l'italiano in favore di un'altra lingua e identità. Ironicamente, tale processo avrà luogo per motivi analoghi a quelli per cui l'italiano ha determinato a suo tempo l'uccisione del sardo. Chi la fa, (prima o poi) l'aspetti.