Un’indagine dell’Eurispes Sardegna, condotta attraverso 285 questionari in nove Comuni dell’Alta Gallura, analizza il rapporto tra i bambini fino a sei anni e le tecnologie digitali. Il 34,7% dei genitori non ha mai considerato l’utilizzo di sistemi di controllo dei contenuti. I risultati, presentati a Tempio Pausania, richiamano l’attenzione sul ruolo educativo degli adulti. Solo la metà dei 285 genitori di bambini e bambine di età non superiore ai 6 anni,  dei 9 Comuni interessati dall’indagine dell’Eurispes Sardegna (Tempio Pausania, Aggius, Aglientu, Badesi, Bortigiadas, Calangianus, Luogosanto, Luras e Trinità d’Agultu), fa uso del parental control per proteggere i più piccoli dalla visione di contenuti televisivi e mediatici inadeguati, mentre il 34,7% del campione intervistato ha dichiarato di non averne mai preso in considerazione l’uso. È questo uno dei dati emersi nel convegno di qualche giorno fa, organizzato a Tempio Pausania, dall’Istituto di ricerca a cui hanno partecipato tre esperte del mondo dell’infanzia: la pedagogista Barbara Pala, referente del Plus, progetto che coinvolge 9 Comuni galluresi e di cui Tempio è capofila; la sociologa Fulvia Romanino, collaboratrice scientifica di Eurispes; e Benedetta Uda, media educator del Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia) che fa capo all’Università Cattolica di Milano.

L’indagine sul rapporto tra Bambini e Tecnologie Digitali ha portato ad avere una consistente messe di dati e informazioni. L’obbiettivo dell’indagine erano le pratiche domestiche in relazione alle tecnologie presenti in casa. ovvero accertare come e quanto ci si possa dire preoccupati per l’invasività e la pericolosità che le tecnologie digitali possono mostrare quando il loro uso senza filtri s’innesta nel quotidiano dei più piccoli, in modo diretto o indiretto. Dinamica che chiama in causa ruoli e responsabilità più o meno indirette degli adulti. L’analisi dei dati dell’indagine, accompagnata da numeri e riflessioni, è stata fatta da Fulvia Romanino. La sociologa ha così fatto presente come lo smartphone sia il dispositivo prevalentemente usato dai genitori intervistati e come la smart tv risulti invece un mezzo molto impiegato per la sua più diretta e facile accessibilità. Sono un po’ questi gli interfaccia tra la dimensione digitale e l’operatività curiosa e incontenibile dei più piccoli. Ci sarebbe poi una fascia oraria in cui l’accesso al digitale risulta più facile e più frequente per i bambini: sono le ore del pomeriggio e della sera, quando non sono a scuola e quando, forse, i genitori sono distrattamente impegnati in più occupazioni.

Del digitale, da non intendere come semplice supporto strumentale, ha tessuto un parziale elogio Benedetta Uda, contraria a una sua preconcetta demonizzazione. «Il digitale e le nuove tecnologie – ha dichiarato – possono essere strumenti utili in più campi. Possono, ad esempio, favorire le relazioni intergenerazionali, costruendo ponti tra giovani e anziani, e sono anche fondamentali nella documentazione, di cui la ricerca e l’azione pedagogica non possono fare a meno». Si tratterebbe, insomma, di fare un buon uso delle nuove risorse tecnologiche. Un esempio? «Un digitale gentile che si adatti al bambino e che non chieda a questo di adattarsi a lui. E poi il suo uso integrato nell’esperienza diretta nel quotidiano dei più piccoli». Un modo questo per “normalizzare” e ottimizzare l’uso di tecnologie che sono motivo di preoccupazione per molti genitori.

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