Contando i chador (Neri Pozza 2026, pp. 192, anche e-book) è un libro con merito importante: quello di restituirci l’immagine di un Iran non stereotipato, schiacciato sui racconti della propaganda pro o contro il regime degli ayatollah.

Un Iran vivo, vivace, variegato che l’autrice del libro, la giornalista Paola Dezza, ha conosciuto da bambina, nella Teheran degli ultimi anni dello Scià, alla vigilia della rivoluzione che cambierà per sempre il volto del Paese. Appena arrivata nella capitale iraniana dalla Milano degli anni Settanta del Novecento, quella bambina schiaccia il naso contro il finestrino dell’auto e inizia a contare le donne avvolte nei chador. A cento, ricomincia. Quelle figure nere sembrano fantasmi che attraversano la capitale. È il primo impatto con un mondo sconosciuto che non può capire, ma solo contare. Partendo da questa immagine Paola Dezza con il suo romanzo ci accompagna dentro una Teheran osservata all’altezza dello sguardo infantile. Una grande città caotica di taxi condivisi impregnati di sudore, cipolla e montone, bazar dove spezie, petali e frutta secca si accumulano in montagne variopinte, piscine per presidiate da cani lupo, hotel internazionali... Il racconto procede attraverso episodi della nuova vita iraniana come il terrore di perdere lo scuolabus e restare sola davanti a numeri incomprensibili.

La copertina del libro

Le contraddizioni di una società antica che si modernizza non sono però solo un contrasto di colori. Sullo sfondo della metropoli, ai piedi dei monti Elborz, si insinuano tensione e paura. I manifestanti urlano slogan contro lo scià e l’America. Il coprifuoco entra nella quotidianità, i soldati presidiano le strade e le banche vengono date alle fiamme. Iniziano a circolare voci di violenze e gli stranieri se ne vanno. La rivoluzione rompe gli argini e si prepara il ritorno dell’ayatollah Khomeini dall’esilio parigino. L’infanzia protetta si incrina e il racconto di un arrivo si trasforma nell’attesa di una partenza.

A Paola Dezza abbiamo chiesto però di tornare all’immagine iniziale del suo libro, per raccontarci cosa hanno rappresentato per lei bambina i chador:

«Quando sono arrivata a Teheran il chador è stato il primo impatto con il Paese. Non ne avevo mai visti prima. In Iran era un elemento del paesaggio quotidiano, ma solo in alcune zone della città. Non aveva ancora il significato politico e simbolico che avrei imparato ad attribuirgli negli anni. È stato il primo elemento che mi ha fatto capire però le differenze culturali, senza avere ancora gli strumenti per comprenderne tutte le implicazioni».

Cosa l'ha colpita dell'Iran all’epoca?

«Tanti elementi diversi. Dapprima la capacità di fare comunità all’estero tra conoscenti, genitori della scuola e colleghi. Poi mi hanno colpita soprattutto gli odori, i colori e la dimensione umana della popolazione. Ricordo l’Iran attraverso i colori dei tappeti e delle maioliche, i rumori dei bazar, i profumi delle spezie, del tè alla menta o allo zafferano e della cucina, varia e molto buono ma poco conosciuta oggi nel mondo. Colori e sapori sono una forma di memoria potentissima. Il bazar era un luogo molto diverso dai nostri mercati, non era soltanto un luogo dove comprare ma uno spazio di relazioni, incontri, scambi e legami sociali. Volevo restituire nel romanzo un Iran vivo, fatto di persone, sapori, tradizioni e contraddizioni, non soltanto di avvenimenti politici».

Come è stato vivere i giorni della rivoluzione khomeinista?

«Da bambina ho avuto la fortuna di percepire meno il panico che la situazione creava. È stato un cambiamento enorme che, proprio perché bambina, non potevo comprendere fino in fondo, ma di cui percepivo i segnali e la crescente tensione. La rivoluzione non era solo nelle piazze, entrava nella vita quotidiana e modificava le abitudini. Ricordo soprattutto il clima di incertezza, la difficoltà di reperire informazioni, la sensazione che fosse necessario prepararsi a scappare da un momento all’altro. Quando la storia irrompe nella vita di una famiglia, tutto cambia: ciò che sembrava familiare non lo è più e il futuro smette di essere prevedibile. È questa dimensione personale della rivoluzione che ho voluto raccontare».

Nella terza di copertina del libro leggiamo che l'Iran è il Paese che le è rimasto più nel cuore. Perché?

«Anche Parigi dove ho vissuto una volta rientrati da Teheran mi è rimasta nel cuore, ma l’Iran è il Paese che mi ha lasciato immagini, odori, sapori, incontri e domande che continuano a riemergere nel tempo. Ha sempre fatto irruzione nella mia vita grazie a tante conoscenze inaspettate. E ha talmente affascinato i miei genitori da restare sempre nei nostri racconti. Ma è stata anche una ferita aperta perché abbiamo dovuto lasciare il Paese di forza e con una fuga che non avevamo previsto. L’Iran rimane un luogo di contrasti che non si lascia racchiudere in un’unica definizione. La sua storia, le sue tradizioni millenarie, la sua straordinaria cultura convivono con l’isolamento politico, le difficoltà economiche e le restrizioni delle libertà. Anche oggi l’Iran sembra sospeso tra desiderio di apertura e oscurantismo».

Oggi, per lei, cosa rappresentano i chador?

«Non credo sia giusto attribuire a un indumento un significato unico: può essere una scelta personale, un’espressione religiosa o culturale, ma può anche diventare il simbolo di un’imposizione. In Iran controllare come si vestono le donne è un limite alla libertà, verificare se hanno il velo portato nel modo ‘giusto’ secondo la polizia morale è una imposizione. Ricordiamo tutti la tragedia di Mahsa Amini solo quattro anni fa. L’abbigliamento femminile è diventato così parte di una più ampia battaglia sui diritti e sull’autodeterminazione».

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