Otto anni sono trascorsi da quando, nel 2018, circa 4,6 milioni di europei votarono per decidere se abolire il cambio dell’ora in primavera e in autunno: l’84 per cento di loro aveva optato per il sì, dunque per archiviare un’abitudine consolidata ormai da decenni; e il 56 per cento di questo 84 per cento aveva indicato come preferenza l’ora legale. Restando ferma la possibilità per ciascun Paese di scegliere quale adottare e in che forme.

Nulla cambia

Nulla però è cambiato, come prassi vuole. La burocrazia ha tempi lunghi, percorrere una strada ben precisa è compito che richiede sempre riflessioni e approfondite e certezze da acquisire. Nonostante l’indicazione chiara emersa dal referendum. Così anche in questo autunno del 2026 nella notte tra il 24 e il 25 ottobre le lancette torneranno indietro di un’ora quando saranno scattate le 3. Che diventeranno automaticamente le 2.

Un’ora di sonno in più per un riposo migliore, secondo gli ottimisti; uno scostamento foriero di problemi alle naturali funzioni biologiche dell’uomo, a parere della maggioranza dei medici, perché il nostro organismo è abituato a regolarsi solo sulla base della quantità di luce che circonda. E dunque i cambiamenti di questo genere scombussolano e a volte provocano danni anche non di poco conto.

Allora perché non si dà una indicazione chiara? Perché, a fronte delle indicazioni di voto e di quelle mediche, non scegliere in via definitiva un’opzione (solo ora solare, da noi in vigore per cinque mesi dall’autunno alla primavera) o l’altra (solo l’ora legale, sette mesi dalla primavera all’autunno)? Pare sia complicato optare per una delle due, ciascuna delle quali ha i suoi pro e i suoi contro.

Il cambio dell'ora (Ansa)

Legale

L’ora legale garantisce più ore di luce nella bella stagione e un risparmio energetico (per un inferiore utilizzo di energia elettrica) calcolato sino a qualche anno fa in milioni di euro e adesso, col diffondersi di lampadine a basso consumo, in un meno 0,15 per cento di consumi elettrici, senza considerare che con questo regime nella stazione invernale non poche grandi città (e relativi territori) vedrebbero l’alba molto tardi: alle 8,14 Bari, alle 8,19 Palermo, alle 8,34 Roma, alle 9 Milano e alle 9,04 Torino. Dunque si andrebbe in ufficio o a scuola con le strade ancora al buio.

A ottobre si guadagna un'ora di sonno (Ansa)

Solare

L’ora solare, scelta dal 32 per cento di quell’84 per cento, seguirebbe il ciclo naturale del sole ma garantirebbe meno luce nelle serate estive. Inoltre il mondo della medicina, pur con specifiche posizioni personali, ha preso una netta posizione a suo favore, come specificato di recente su “la Repubblica” da Roberto Manfredini, docente di Medicina interna all’Università di Ferrara: «Le società scientifiche sono tutte d’accordo, puoi regolare l’orologio come vuoi ma l’organismo segue un suo ritmo, legato al corso del sole. È così da 5 miliardi di anni. Le conseguenza del cambio dell’ora si fanno sentire nei giorni successivi, soprattutto in primavera quando si dorme un’ora in meno. L’ora legale invece sottopone l’organismo a una desincronizzazione permanente rispetto ai suoi ritmi naturali. E un terzo delle persone ha disturbi importanti. I danni, soprattutto ai sistemi cardiocircolatorio e nervoso, possono emergere più tardi. Gli anziani in generale soffrono più dei giovani». La differenza sostanziale sarebbe che «con l’ora legale avresti una società attiva più a lungo, con quella solare un sonno e una salute migliori».

Parlamento

Di recente anche un’indagine conoscitiva della Camera dei deputati avviata a marzo ha fatto emergere un’ampia concordia nel ritenere ormai da superare, e dunque abolire, il cambio dell’ora. Un’abitudine che l’Italia ha fatto sua una prima volta nel 1916 per quattro anni, ripresa nel biennio 1940-42 prima del secondo conflitto mondiale e resa definitiva nel 1966. E dunque, se tutti ormai sono più o meno d’accordo, perché non si fa una scelta definitiva?

L’Europa

Perché servono altri passaggi tecnici ed è anche necessario coordinarsi con l’Ue. Il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva, approvato all’unanimità il primo ottobre, ora va approvato e poi presentato al Governo perché si impegni in Europa per uniformare la decisione. La scelta infatti spetta ai singoli Stati ma deve essere coordinata: se ognuno decidesse in autonomia si rischierebbero ore diverse anche tra Paesi confinanti. Quindi se anche l’Italia prendesse una decisione chiara, prima di renderla operativa servirà altro tempo. Presumibilmente anni.

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