A quasi quarant’anni dal referendum del 1987 l’Italia rimette il nucleare al centro dei suoi programmi energetici. Non ci sono ancora centrali da costruire, siti individuati o cantieri all’orizzonte. Esiste, però, una nuova cornice politica e normativa. Il Senato ha approvato definitivamente la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile. Sarà ora l’esecutivo, attraverso i decreti legislativi, a definire le regole con cui l’atomo potrà diventare di nuovo protagonista del sistema energetico italiano. La delega prevede un programma nazionale per la produzione e l’utilizzo del nucleare e per lo sviluppo della fusione: sullo sfondo ci sono gli obiettivi della decarbonizzazione, della sicurezza degli approvvigionamenti e dell’indipendenza energetica in tempi di grande instabilità geopolitica. Il nuovo quadro dovrà disciplinare anche autorizzazioni, controlli, smantellamento degli impianti e gestione dei rifiuti radioattivi.

Prima di vedere un nuovo reattore in Italia serviranno altri passaggi: norme, scelte tecnologiche, investimenti e, soprattutto, luoghi in cui realizzare gli impianti. Non sarebbe un debutto ma un ritorno al passato. Negli anni Sessanta ci fu un grande piano di sviluppo del nucleare civile. Quattro centrali hanno prodotto elettricità a partire dal 1963: prima a Borgo Sabotino, in provincia di Latina, poi con quella del Garigliano, a Sessa Aurunca, nel Casertano. Nel Vercellese, nel 1965, è entrato in funzione il reattore di Trino. L’ultima, la più grande, è entrata in funzione nel 1981 a Caorso, in provincia di Piacenza, per spegnersi nel giro di cinque anni. Oggi nessuna produce più energia. Sono ferme da decenni e da allora c’è stata un’altra stagione del nucleare italiano, quella del “decommissioning”, lo smantellamento e la bonifica degli impianti. Lo spartiacque fu Chernobyl, il disastro provocato dall’incidente e dall’esplosione del reattore numero 4 nella centrale ucraina vicino al confine con la Bielorussia. L’incidente del 26 aprile 1986 travolse il dibattito sull’energia atomica e portò ai referendum dell’8 e 9 novembre 1987. I quesiti non chiedevano direttamente se chiudere le centrali, ma intervenivano sulle norme per la localizzazione degli impianti, sui contributi agli enti locali e sulla partecipazione dell’Enel a programmi nucleari all’estero. Votò poco più del 65 per cento degli aventi diritto e prevalse nettamente il sì all’abrogazione di quelle norme. Fu il passaggio politico che accompagnò l’uscita dell’Italia dall’energia elettronucleare. Trino venne fermata nel 1987. Caorso e Latina erano già state spente nell’autunno del 1986. Quella del Garigliano aveva interrotto, a prescindere, la propria attività nel 1978 (con la disattivazione definitiva nel 1982). La storia del nucleare in Italia ebbe, però, un altro passaggio. Alla fine degli anni Duemila il governo Berlusconi tentò di riaprire la strada ai reattori ma ci fu un nuovo no dopo l’incidente giapponese di Fukushima (esplosioni nella centrale dopo un terremoto e il successivo tsunami): nel giugno 2011 un altro referendum abrogò le norme per il rilancio del programma nucleare.

Quarant'anni di stop non hanno peraltro cancellato l’eredità della prima stagione atomica. È rimasta la parte meno visibile e più difficile da sistemare: i rifiuti radioattivi. Materiali provenienti dalle vecchie centrali, dal loro smantellamento, dalla ricerca, dall’industria e dalla medicina nucleare sono ancora distribuiti in diversi siti temporanei. E non è ancora stato realizzato il tanto annunciato Deposito nazionale, che vede potenzialmente coinvolte – tra gli altri luoghi in tutta Italia - otto aree definite idonee in Sardegna. Ricadono nei territori di quattordici comuni tra Medio Campidano, Marmilla e Trexenta: Albagiara, Assolo, Usellus, Mandas, Siurgus Donigala, Segariu, Villamar, Setzu, Tuili, Turri, Ussaramanna, Nurri, Ortacesus e Guasila.

Secondo le stime del progetto, la struttura dovrà ospitare 98mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Circa 84mila, a bassa attività, saranno destinati allo smaltimento definitivo. Altri 14mila, a media e alta attività, dovranno essere conservati temporaneamente, in attesa di una soluzione definitiva in un deposito geologico. È qui che passato e futuro si incontrano. L’Italia prepara le regole per una nuova stagione dell’atomo mentre deve ancora completare lo smantellamento della precedente e trovare una collocazione definitiva ai suoi rifiuti. Il nuovo nucleare, insomma, ricomincia prima dai dossier che dai reattori. Sul tavolo ci sono le tecnologie del futuro, ma anche le centrali spente da decenni e le scorie da stoccare e smaltire. Quasi quarant’anni dopo il primo referendum l’Italia torna a guardare all’atomo. Ma per aprire davvero una nuova stagione dovrà prima chiudere i conti con quella vecchia.

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