Orosei, morte presunta per Irene Cristinzio
La donna era svanita nel nulla 13 anni fa dopo essere uscita per una passeggiata. La sentenza del Tribunale di Nuoro non chiarisce la verità sulla scomparsaIrene Cristinzio (L'Unione Sarda)
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Una sentenza che non dice nulla sulla verità. E soprattutto non dice perché Irene Cristinzio non è mai tornata a casa. È quella con cui la giudice del Tribunale di Nuoro, Tiziana Longu, ha dichiarato la morte presunta della donna scomparsa a Orosei l’11 luglio 2013. Tredici anni dopo, arriva dunque una risposta sul piano giuridico. Ma non quella che la famiglia aspetta da allora: che fine abbia fatto Irene, uscita di casa quella mattina per la sua passeggiata e mai più rientrata.
La scelta
Per tre anni oltre il termine dei dieci anni necessario per chiedere la dichiarazione di morte presunta, la famiglia ha continuato a tenere accesa la fiamma della speranza. Riaccendendola a ogni segnalazione, a ogni possibile pista, a ogni elemento che avrebbe potuto finalmente condurre a Irene. Una speranza che non si è spenta nemmeno davanti al ritrovamento di alcuni resti ossei, quasi un anno e mezzo fa, e che non hanno dato la risposta sperata. Così arriva la sentenza di morte presunta, ma resta il mistero di cosa sia realmente successo. In Tribunale, ad assistere all’udienza, i figli di Irene, Nicoletta, Salvatore e Gabriele seguiti dall’avvocato Francesca Chisu.
L’ultima mattina
Era l’11 luglio 2013. Quella mattina la donna uscì dalla sua abitazione di via Nurache, a Orosei, intorno alle 8, come faceva abitualmente per la sua passeggiata. Il figlio, rientrato da Milano per le vacanze, aspettava di fare colazione con lei. Un appuntamento quotidiano. «Ci vediamo alle 8.30», gli aveva detto. Ma Irene non sarebbe più tornata. Aveva con sé una piccola pochette e due telefoni cellulari. Già alle 9, risultavano irraggiungibili. Di lei si perde ogni traccia. Non era scomparsa in un luogo remoto ma in una cittadina turistica, nel pieno della stagione estiva. Eppure, nessuno l’ha più vista. Le ricerche partirono immediatamente. Furono setacciate pinete, campagne, pozzi, cisterne. La famiglia non ha mai considerato chiusa la vicenda. «Un atto dovuto, non una resa», aveva spiegato un anno fa Nicoletta parlando della richiesta di morte presunta. Ora la sentenza. Non la più attesa, sulla verità di quella scomparsa. E la voglia di cercare ancora la verità su Irene.
Fabio Ledda
