Nei primi anni Duemila, mentre buona parte del mondo occidentale si dibatteva in una delle ricorrenti crisi economiche e finanziarie di questo nostro tempo, alcuni settori permettevano guadagni stratosferici a chi aveva milioni di dollari da investire. Uno di questi era il mondo dell’arte contemporanea, un ambito che vide artisti sconosciuti diventare rapidamente delle vere e proprie star, con dipinti, murales, installazioni capaci di raggiungere cifre da capogiro nelle compravendite e nelle aste. Ad alimentare un sistema autoreferenziale che in buona parte pilotava le quotazioni di opere e artisti era un ristretto giro di mediatori, mercanti, esperti, galleristi e collezionisti che assieme concorrevano a drogare il mercato con meccanismi non dissimili da quelli delle speculazioni borsistiche e dai famosi e famigerati mutui subprime.

In questo sottobosco dorato, fatto di trattative e accordi chiusi con strette di mano, di promesse di pagamento e di minacce per i ritardi dei bonifici, si muovevano naturalmente faccendieri e intrallazzatori e anche veri e proprio truffatori come il protagonista di Quel che luccica (Altrecose, 2026, pp. 384, anche e-book, traduzione di Luca Bernardi), Inigo Philbrick, diventato famoso come l’autore della “più grande truffa di sempre nel mercato dell’arte”.

Per intenderci parliamo di qualcosa come oltre 80 milioni di dollari grazie a vendite fittizie, speculazioni, smercio a più persone contemporaneamente della stessa opera oppure di opere su cui non si aveva alcun diritto di vendita. Una storia vera quella narrata nel libro da un testimone d’eccezione, Orlando Whitfield, per un quindicennio a sua volta attivo nel mercato artistico e soprattutto a lungo al fianco del protagonista di Quel che luccica, soprattutto nei primi anni della sua folgorante e (apparentemente) inarrestabile ascesa.

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Orlando e Inigo, infatti, si conoscono nei primi anni Duemila a Londra, alla Goldsmiths University, e diventano presto amici. Finiti gli studi, Orlando cerca una sua incerta strada nel mondo dell’arte e delle gallerie, ma intanto osserva da vicino l’ascesa formidabile di Inigo come mercante in un mondo di jet privati e aste multimilionarie, favorita dal suo carisma e dalle sue capacità di seduzione. Inigo, infatti, dimostra l’abilità dell’incantatore di serpenti e riesce con rapidità ad entrare in uno dei club più esclusivi del mondo: quello che riunisce i collezionisti e mercanti di opera d’arte a sei zeri. Orlando Whitfield nel libro racconta i rispettivi percorsi e le loro complicità, ma anche i misteri da cui Inigo lo tiene fuori e i dubbi sulla sincerità della loro amicizia, Quel che luccica è, infatti, una parabola deliziosamente feroce e stuzzicante sul prezzo della bellezza, il potere del carisma e i limiti dell’amicizia. Allo stesso tempo vuole descrivere con grande efficacia gli strabilianti e occulti meccanismi del business dell’arte. Un business dove nulla è mai come sembra e dove le opere d’arte “luccicano” troppo spesso a seconda della volontà di pochi che ne controllano il mercato. Parliamo così di un business gestito da predatori modello Wall Street dove è facile perdere il senso del limite e basta veramente poco per passare dalle stelle alle stalle.

Inigo alla fine tira troppo il gioco e si ritrova in fuga in un’isola del Pacifico con alle calcagna l’FBI, che lo insegue fino in capo al mondo e poi lo rinchiude in una prigione americana. Fine della pista? Degna conclusione della parabola di un truffatore? Oppure Inigo è solo inciampato ed aspetta l’occasione giusta per rientrare nel giro accolto come una sorta di figliol prodigo?

Orlando Whitfield non si fa illusioni e non ci illude. Pecunia non olet, il denaro non ha odore diceva un imperatore romano e questo vale anche nel mondo dell’arte. Inigo truffava ma sapeva anche creare enormi profitti. Era una sorta di lubrificante di un ingranaggio che non ha smesso di girare e che probabilmente non ha ancora sviluppato i meccanismi per fare a meno di persone di questo tipo.

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