Barbara Dalu, una stilista di Siniscola a Montecarlo: «Nelle mie creazioni la memoria dell’Isola e i gesti delle donne»
La 42enne invitata alle finali mondiali di “The Look of the Year” dopo l’appuntamento nazionale di Villasimius: quando le radici incontrano l’eleganza rétro e la ricerca sartorialePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Dalla Sardegna a Montecarlo, in valigia un’identità incancellabile che affonda le radici nella tradizione dell’Isola. Per Barbara Dalu, 42 anni, stilista originaria di Siniscola, l’invito alle finali mondiali del prestigioso concorso “The Look of the Year” è l’occasione di portare alla ribalta la sua precisa idea di moda: un artigianato di alta qualità fatto di cura dei dettagli. Al centro delle sue creazioni c’è il passato, custodito nei ricordi d’infanzia e nei gesti delle donne della sua famiglia: il ricamo, il cucito, la pazienza del telaio, il sapere tramandato di generazione in generazione. Una memoria intima che diventa materia creativa e si intreccia con la cultura più ancestrale della Sardegna, le suggestioni rétro e le ispirazioni contemporanee. Perché, nella visione della stilista, la tradizione non è un semplice elemento decorativo, ma un patrimonio vivo.
Dopo le selezioni nazionali ospitate a Villasimius, il prossimo appuntamento per Dalu sarà in una vetrina mondiale che da oltre quarant’anni punta a scoprire nuovi volti e talenti della moda. Ci saranno altre tre artiste sarde: Irene Piccinnu, Gianfranca Dettori e Marinella Porru, in un percorso guidato da Gerardo Di Maio, General Manager di “The Look of the Year International”, e promosso da Luisa Cardinale per portare la creatività sarda sulle passerelle internazionali, tra il richiamo all'arte di Maria Lai e la ricchezza dei nostri materiali tradizionali. Nato nel 1983, “The Look of the Year” negli anni ha contribuito a lanciare le carriere di nomi come Cindy Crawford, Gisele Bündchen e Linda Evangelista. L’edizione mondiale del 2026 è in programma a Montecarlo il 15 novembre.
Barbara Dalu, che cosa ha provato quando ha ricevuto la notizia?
«È stato un tuffo al cuore, una di quelle notizie che ti tolgono il fiato e ti fanno riavvolgere il nastro di una vita intera. In quel preciso istante ho sentito il peso dolce di tutti i sacrifici, delle notti passate a disegnare e della dedizione cieca per questo lavoro. Ma, sopra ogni cosa, ho provato un’immensa gratitudine: sapere che il mio lavoro, nato nel cuore della mia terra, ha risuonato così forte da arrivare a un palcoscenico mondiale come Montecarlo è la conferma che la passione vera parla una lingua universale».
Che cosa rappresenta questo traguardo nel suo percorso?
«Sarei ipocrita se dicessi che questo è un punto d’arrivo. La verità è che la strada per un designer indipendente è estremamente complessa e, nonostante i miei studi siano stati interamente incentrati sulla moda, riuscire a fare di questa passione la propria unica fonte di sostentamento richiede tempo e enormi sacrifici. Proprio per questo, essere invitata a Montecarlo è un segnale importante: mi dice che tutto il tempo e le energie che dedico a questa ricerca stilistica non sono sprecati. È una prova di stima che dà peso e dignità al mio lavoro, dimostrando che anche da indipendente si può fare qualità».
Come vorrebbe raccontare la Sardegna a un pubblico internazionale?
«La mia Sardegna è profondamente intima e viva: ho avuto la fortuna di crescere e respirare in una famiglia ancestrale vera, guidata da donne di grande carattere che gestivano il focolare e da uomini che ne custodivano la forza. Da lì nasce il mio rispetto per una femminilità fiera, autorevole e profonda. A questo universo si intreccia la mia storia personale: essendo nata in Belgio, in famiglia sono stata contagiata fin da piccola dal fascino rétro, sofisticato e bon ton delle pin-up e dall’eleganza d’altri tempi dell’Europa del Nord. A Montecarlo voglio portare proprio questo corto circuito poetico: il calore, la dignità e la forza matriarcale sarda incontrano le linee chic e la grazia senza tempo del mio vissuto nordico. Racconterò una Sardegna che non è un cliché, ma una terra di carattere che sa vestirsi di una raffinatezza internazionale e retrò».
Come si può reinterpretare la tradizione senza rischiare di trasformarla in un semplice elemento decorativo?
«Per me non rischia mai di diventare un semplice orpello decorativo, perché è la mia storia, è la mia vita. Quando creo, vado a ritroso verso i ricordi della mia infanzia: i momenti vissuti mi fanno da amo, ripescano emozioni profonde che mi guidano nell’atto creativo. Ogni singolo dettaglio, ogni tessuto, ogni cucitura o elemento che aggiungo nasce da un trasporto emotivo vero, da qualcosa che prima di tutto fa battere il mio cuore. Se questo mio vissuto intimo riesca poi a trapelare dai capi e ad arrivare con la stessa intensità a chi osserva la mia moda rimane sempre un’incertezza. Ma è un’incertezza bellissima, con cui convivo mettendo tutta me stessa in ciò che faccio».
C’è un elemento che vorrebbe valorizzare maggiormente attraverso il suo lavoro?
«Desidero fortemente riscoprire la dimensione mistica e l’inestimabile valore intriso nella gestualità quotidiana delle nostre donne. Vi era un’aura quasi sacra nel compiere i gesti domestici: dalla dedizione minuziosa del ricamo, realizzato attraverso punti impeccabili e ritmati, alla pazienza del telaio e del cucito, fino all’atto atavico di panificare e tirare la pasta a mano. Quelle pratiche non erano mere mansioni, bensì solenni momenti di trasmissione sapienziale da donna a bambina. Erano poesie silenziose, auspici di prosperità e piccoli riti maieutici attraverso i quali si insegnava ad affacciarsi al mondo con profonda grazia, compostezza ed innata eleganza. È questo patrimonio invisibile di dignità, misura e devozione estetica che cerco di infondere e far rifiorire nelle mie creazioni».
Come nasce una sua collezione?
«Lascio che la suggestione della memoria guidi le mie mani nel plasmare i tessuti e nel definirne i volumi. Desidero che, indossando una mia creazione, la donna non si senta semplicemente “abbigliata”, ma percepisca un’immediata sensazione di appartenenza e sicurezza, come se quell’abito fosse un rifugio eletto, un’estensione della propria anima cucita indissolubilmente su di lei. È una gestualità intima ed emozionale, in cui ogni piega e ogni rifinitura diventano il prolungamento tangibile di un ricordo volto a celebrare l’essenza di chi lo indossa».
In un sistema della moda sempre più orientato alla velocità, quanto è importante recuperare il valore del lavoro manuale e del tempo?
«In realtà credo che il panorama della moda stia vivendo un cambiamento straordinario e positivo. Ci si sta finalmente riavvicinando alla sartoria, all’ecosostenibilità e a una dimensione fondata sul rispetto, sull’amore per il fatto a mano e sulla trasparenza. Spesso, purtroppo, dietro grandi marchi pagati a fior di quattrini si nascondono poca attenzione alla vera qualità del prodotto e realtà produttive drammatiche. Un capo sartoriale è autentico: è realmente ciò che dichiara di essere. A questo proposito, attraverso la mia collaborazione con Legambiente nei corsi dedicati all’impatto ambientale della fast fashion e all’upcycling, cerco di dare il mio contributo per diffondere consapevolezza. So bene che la strada è ancora lunga, ma iniziare a educare a una moda etica è fondamentale. L’alta sartoria offre capi continuativi e di altissima qualità che non muoiono mai: un abito sartoriale non si getta, ma si può smontare, trasformare e riutilizzare. È il recupero del tempo e del rispetto, l’unico vero lusso destinato a durare».
