Fosse stato un test del Dna, con buona probabilità sarebbe stato ritenuto non significativo per la scarsità del campione disponibile. Ma la genetica è una scienza, la politica no. E quindi per due giorni i fari dell’informazione sono rimasti puntati sulle suppletive di Reggio Calabria del 29 settembre, e gli analisti hanno soppesato a lungo il 51% col quale l’azzurro Fabio Roscioli ha vinto il seggio lasciato dal compagno di partito Francesco Cannizzaro (nel frattempo eletto sindaco di Reggio), ma soprattutto il 10,9% dei vannacciani. Senza sottolineare troppo che a quella elezione aveva partecipato solo il 22,3% degli aventi diritto al voto. Un po’ poco per trarne indicazioni sulle prossime tendenze elettorali o sui rapporti di forza fra centrodestra e destra.

D’altra parte a urne appena chiuse Lorenzo Pregliasco di YouTrend sottolineava che «l’affluenza, che pare molto bassa, in realtà è stata alta per un’elezione suppletiva: tra tutte le suppletive che si sono tenute dal Rosatellum questo è il dato più alto». E in effetti chi ha un po’ di memoria ricorderà l’elezione al senato del dem Sandro Ruotolo alle suppletive del febbraio 2020 nel collegio Napoli 7, con un’affluenza bloccata al 9,5%. Dev’essere un’esperienza bizzarra per i candidati, che si trovano a giocare una sfida importantissima, a volte determinante per la loro carriera politica, in un clima di sostanziale indifferenza, o addirittura di inconsapevolezza della partita politica in atto. Una testimonianza di prima mano può venire da Andrea Frailis - volto molto conosciuto del giornalismo sardo dato che per lunghi anni ha condotto il tg di Videolina - che nel gennaio 2019 si aggiudicò alle suppletive di Cagliari 1 il seggio di Montecitorio lasciato libero dal velista Andrea Mura, eletto con il M5S nel marzo 2018 e dimissionario a settembre. In quel caso l’affluenza fu del 15% circa.

Le suppletive non seducono.

«Sì, la tendenza è innegabile. E d’altra parte il sistema elettorale è quello che è».

Che sistema è?

«Un sistema che ha mostrato abbondantemente i suoi limiti, e non solo con le suppletive».

Qual è il limite peggiore?

«La scarsa affidabilità: la gente chiede di eleggere i propri rappresentanti e i partiti fanno di tutto per non accontentarla».

Quali partiti?

«Un po’ tutti, diciamo la verità. Ma soprattutto il centrodestra».

Però il centrodestra nella nuova legge elettorale ha inserito le preferenze.

«Già, ma con il piccolo dettaglio che i listini sono bloccati. Le preferenze a me andrebbero anche bene, ma chi sceglie il personaggio da piazzare in testa ai listini? Se consideriamo che hanno anche tentato di eliminare l’alternanza di genere, mi sembra che si stia cambiando poco e quel poco lo si stia cambiando in peggio».

Torniamo all’esperienza alle suppletive: questa campagna elettorale per un’elezione così poco sentita come è stata? Un’esperienza surreale o un’avventura divertente?

«Sia l’una che l’altra. Surreale perché girai un po’ tutti i 17 comuni del collegio Cagliari 1 e scoprii che pochissimi sapevano che c’era da votare. Però fu anche molto bello e interessante perché la campagna elettorale per le politiche, nel confronto con gli elettori, ti permette di spaziare molto come temi. Io ho fatto anche campagna per le regionali e le differenze erano evidenti».

Quali, in particolare?

«Innanzitutto proprio i temi, gli argomenti. Quelli della politica regionale sono temi molto quotidiani, che appartengono all’esperienza quotidiana di tutti, e perciò ad esempio i problemi della sanità e dei trasporti sono quelli che tengono banco, ovviamente e direi giustamente. Quando fai campagna per un seggio in Parlamento ti puoi sbizzarrire un po’ di più, su temi nazionali e anche internazionali».

C’era il vantaggio di correre in opposizione al governo giallo-verde, che non era in forma smagliante.

«La vera fortuna è stata entrare in un Parlamento e trovare una certa maggioranza, vederne nascere un’altra e concludere l’esperienza con un’altra maggioranza ancora: è stata un’esperienza molto insolita e istruttiva, direi».

In effetti: debutti alla Camera come oppositore del Conte 1 retto da M5S e Lega, poi da deputato del Pd sei nella maggioranza che sosteneva il Conte 2, conclusione di legislatura con le larghissime intese del governo Draghi.

«Già, sul finale mi sono ritrovato in maggioranza insieme alla Lega e a Forza Italia, tu capisci che mai nella vita mi sarei aspettato un privilegio del genere (ride). Ma di fatto quello è stato un momento molto interessante proprio perché lì è partito un mutamento politico profondo. Tanto per intenderci: ai tempi del Conte 1 i decreti sicurezza, quelli che massacravano i diritti dei migranti, il M5S li approvò, eccome se li approvò. Ecco, da questo punto di vista nel Movimento c’è stata una mutazione quasi come da un’era geologica a un’altra».

Torniamo alla campagna elettorale per quelle suppletive semisconosciute. Tu la facesti abbastanza all’antica: strette di mano, comizi, visite ai mercati cittadini…

«Assolutamente sì. Per gli aspetti più social e digitali mi affidai a due giovani che poi diventarono i miei assistenti parlamentari, per me tenni la parte più divertente: andare fra la gente, visitare i mercati, parlare faccia a faccia con gli elettori. E ogni volta mi rendevo conto dell’enorme vantaggio di avere un viso molto conosciuto e direi anche abbastanza apprezzato, se non suona presuntuoso».

Il fascino rassicurante del Tg.

«Ma sì, ero il giovanotto che ogni giorno alle 13 veniva invitato a pranzo dalle famiglie sarde».

Leoluca Orlando diceva che quando si candidava a sindaco di Palermo erano botte da dieci-venti caffè a giornata.

«Io per fortuna prendo solo un caffè al giorno, però è vero che gli inviti al bar in campagna elettorale non li puoi rifiutare».

Perciò?

«Perciò ho bevuto litri di succhi di frutta».

Ti sei iper-vitaminizzato.

«Giocoforza».

E una volta eletto come ti sei trovato? Guido Gonella, che fu giornalista e politico, definiva la vita parlamentare “ozio senza riposo, fatica senza lavoro”.

«Mi permetto di dissentire. Per quanto mi riguarda quella parlamentare è stata un’esperienza esaltante, un periodo bellissimo. Prima di tutto ho avuto la possibilità di studiare: come giornalista conoscevo alcuni problemi, della Sardegna e in genere dell’Italia, ma è tutt’altra cosa poterli approfondire da dentro l’istituzione e avere la possibilità - se lavori bene e ti impegni – non dico di risolverli ma di dare qualche risposta, un tuo contributo alle aspettative della gente. E poi ti devo dire che gli uffici studi della Camera, ma anche gli esperti del gruppo parlamentare del Pd, si mettono a disposizione del lavoro dei deputati in modo inestimabile: io quotidianamente avevo dossier completissimi sugli argomenti di mia competenza, come componente delle commissioni Difesa e Agricoltura, ed è davvero inimmaginabile quanto è esaustiva la documentazione che ti viene fornita, e con quale rapidità. Sia chiaro, andare in miniera è più faticoso che fare il parlamentare, però i deputati in molti casi lavorano e anche tanto. E hai accanto funzionari e tecnici così competenti, professionali e appassionati che ti ritrovi in modo abbastanza naturale a studiare i loro rapporti e le loro schede e a prepararti anche mentre ceni».

Anche perché, come dice un ex parlamentare di lungo corso come Tore Cherchi, le prime volte che intervieni ti ascoltano tutti e capiscono, già dalle prima cose che dici, se sei un frillo oppure uno che fa le cose seriamente.

«Assolutamente, ti ascoltano e ti studiano con attenzione. Ricordo bene la prima volta che ho preso la parola. Anche perché dopo ho visto i colleghi sardi che ridacchiavano».

Avevi sbagliato qualcosa?

«No. Però avevano avuto tutti la sensazione di aver acceso la tv durante il Tg di Videolina».

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