Pili definì «codardo» e «coniglio» l’amministratore di Abbanoa: per la Cassazione non c’è reato
Sentenza di assoluzione definitiva per il giornalista che aveva attaccato Ramazzotti durante lo scontro sui conguagli regolatori: per la Suprema Corte prevale il diritto di criticaLa Cassazione: Pili (in alto) non ha diffamato Ramazzotti (in basso)
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«Codardo», «ignavo», «coniglio», «venditore di fumo» e «troglodita del diritto, dell’economia e della finanza». Sono alcune delle definizioni – assieme all’accusa di aver «minacciato i sindaci» – che il giornalista Mauro Pili aveva dato dell’allora amministratore unico di Abbanoa, Alessandro Ramazzotti, mentre infuriava lo scontro sui conguagli regolatori e sulla class action avviata dall’ex presidente della Regione. Per quelle parole, pubblicate sui social, Pili era stato condannato per diffamazione aggravata dalla Corte d’Appello di Cagliari. Ora la Cassazione ha ribaltato la sentenza di secondo grado e deliberato un’assoluzione senza rinvio.
Per la suprema Corte il reato non c’è: la sentenza ha stabilito, in sintesi, che sull’offesa della reputazione prevale il diritto di critica perché, oltre che riferite a fatti specifici vero sul piano fattuale, «le espressioni risultavano strettamente correlate alla manifestazione del dissenso e alla tutela degli interessi e dei valori ritenuti compromessi. Esse, inoltre, si inserivano in un contesto di marcata conflittualità, relativo a vicende di indubbio interesse pubblico, che consentiva il ricorso a espressioni anche aspre e denigratorie, purché contenute entro i limiti della continenza».
Inoltre quando Pili parlava di «minacce ai sindaci», secondo quanto stabilito dalla Cassazione, l’espressione «non risulta volta ad ascrivere alla persona offesa una specifica condotta penalmente rilevante, ma costituiva la manifestazione, in termini volutamente forti, di una severa valutazione critica della comunicazione trasmessa da “Abbanoa Spa” ai sindaci della Sardegna, considerata dall’imputato idonea a esercitare un’indebita pressione sulle amministrazioni comunali».
La sentenza riconosce che le parole di Pili su Ramazzotti, «pur presentando un evidente contenuto denigratorio, risultano tuttavia scriminate dall'esercizio del diritto di critica, in quanto muovono da un nucleo di verità di notizie di interesse per la collettività e non trasmodano in forme espressive eccedenti i limiti della continenza».
Enrico Fresu
