La pensione di Antonio Macciò diventa un caso politico. Per raggiunti limiti di età l’oncologo – e docente universitario – ha dovuto lasciare l’incarico di direttore della Struttura complessa di Ginecologia oncologica dell’ospedale Businco, che fa capo all’Arnas Brotzu. Lo impone la legge. Ma c’è chi per lui aveva immaginato un ruolo operativo, pensato per non disperdere professionalità ed esperienza accumulati in 40 anni.

Nei giorni scorsi era circolato anche un “appello dal basso” per l’affidamento a Macciò di un incarico di “tutor”, contestato però da chi sostiene che se il professore avesse voluto formare dei successori avrebbe dovuto lavorare da anni per l’obiettivo.  Lui stesso avrebbe chiesto al direttore generale dell’Arnas Brotzu, Maurizio Marcias,  di trovare un escamotage per evitare di dover lasciare l’ospedale. Ma il Dg, che ha un forte legame con Macciò, si è trovato con le mani legate. Il veto sarebbe arrivato dall’alto: addirittura dalla presidente della Regione Alessandra Todde e dal plenipotenziario Luca Caschili. 

E sul caso prima si è mormorato, poi è arrivato il momento dell’annuncio delle interrogazioni in Consiglio regionale. 

L’appello di Puddu 

Il primo a uscire pubblicamente in favore dell’oncologo è stato il sindaco di Assemini, Mario Puddu, con un passato  nel M5s: «In Sardegna si parla  della “grande fuga” dei medici dagli ospedali pubblici. Centinaia di dimissioni, una carenza di personale sempre più grave e un problema sul quale la politica e le istituzioni devono necessariamente intervenire. Dentro questo quadro generale c’è però un caso che conosco molto bene e sul quale, credo, si possa e debba ancora fare qualcosa». 

La sanità pubblica sarda, e chi se ne occupa (il riferimento è a Todde) «deve  fare tutto ciò che è concretamente possibile perché un patrimonio di esperienza, competenza e ricerca come il suo possa continuare a essere messo a disposizione dei pazienti, possibilmente qui, nel Cagliaritano e nell’ambito nel quale ha lavorato sino ad oggi. Anche con un ruolo diverso, se le norme non consentissero di mantenere quello attuale». Forse Puddu pensa a un incarico di direttore sanitario. E per avvalorare la sua tesi richiama alla memoria il 2018, quando chiede a Macciò di candidarsi per le elezioni politiche ma il medico rifiutò, preferendo restare in reparto. Tagliare fuori Macciò, secondo Puddu, «sarebbe un errore  imperdonabile  tra i tanti che si fanno in politica». Messaggio chiaro, non raccolto. 

L’accusa di Fratelli d’Italia 

A rilanciare ci sono, da Fratelli d’Italia in consiglio regionale, Fausto Piga e Gigi Rubiu: «La sanità sarda perde una delle sue figure più illustri, umane e professionali. Il dottor Macciò è stato un medico stakanovista per pura e profonda passione, mai per un semplice dovere d’ufficio». sostengono.

Dalla presidente Todde «purtroppo abbiamo registrato solo un totale menefreghismo istituzionale», è l’affondo, «nessuna azione, nessun tentativo di interlocuzione e nemmeno una telefonata di ringraziamento rivolta a Macciò per decenni di servizio reso alla nostra terra. Un atteggiamento sordo, distante dai bisogni reali dei malati e segnato da una grave inerzia politica. La Giunta Todde dimostra ancora una volta di non avere a cuore la tutela delle eccellenze sanitarie, abbandonando al proprio destino professionisti insostituibili nel completo disinteresse della Regione».

I due meloniani annunciano: «Non ci arrendiamo a questa rassegnazione governativa, presenteremo un’interrogazione per vederci chiaro e pensiamo anche ad una petizione popolare affinché la presidente Todde e la sua maggioranza si sveglino da questo immobilismo e individuino subito la soluzione formale per convincere e consentire al dottor Macciò di proseguire il suo prezioso lavoro al servizio dei sardi», è la conclusione. 

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