È una mattina di marzo del 1986, piove a dirotto. Sulla spiaggia ci sono le ruspe, gli operai, i proprietari arrivati al Poetto per vedere l’ultimo atto di una stagione destinata a chiudersi per sempre. C'è chi cerca di salvare una porta, una finestra, qualche tavola. In tanti guardano e basta. Il maltempo non ferma le demolizioni: le benne affondano nel legno, l’azione è rapida per evitare sorprese, soprattutto le proteste dell’ultimo minuto. I casotti crollano uno dopo l'altro, finisce un tempo iniziato negli anni Venti. Vengono cancellate le casette di legno capaci di resistere al sole, al vento, alle mareggiate, alle piogge (anche alla neve) e alcune persino alla guerra. Quarant’anni più tardi quei giorni di fine inverno segnano ancora il prima e il dopo nella storia del Poetto. Insieme alle «baracche», come vengono definite negli atti amministrativi, sparisce un pezzo di Cagliari, la città del mare costruita sulla sabbia.

Bisogna riavvolgere il nastro sino agli inizi del Novecento per raccontare la storia dei casotti – saranno 1.500 nei periodi di massimo splendore – nati sul litorale cagliaritano. A quel tempo il Poetto non è ancora la spiaggia dei centomila: è lontano  dal centro cittadino  in tempi di carrozze e di prime rare auto  –. Per fare il bagno si va nelle acque ancora chiare di Giorgino, di Sa Perdixedda, della Scaffa. Il cambio di scena arriva con la realizzazione della linea tranviaria – è il 1913 – che avvicina la Sella del Diavolo e i sette chilometri di spiaggia al cuore del capoluogo. Nascono i primi stabilimenti balneari – il D’Aquila e il Lido – la spiaggia comincia a cambiare volto e vita. Passerelle, cabine, ombrelloni, musica, feste. Cagliari e i cagliaritani cominciano a spostarsi verso quella distesa di sabbia candida. Il Poetto smette di essere periferia e diventa abitudine. Le prime testimonianze sulla nascita dei casotti risalgono agli anni Venti. Crescono in ordine sparso, soprattutto tra la Quarta e la Quinta fermata (si chiamavano così le fette di spiaggia ai tempi del tram, definizioni valide ancora oggi) ma anche più in là, davanti all’ippodromo. Nei primi tempi non ci sono regole né autorizzazioni, chi ha i mezzi costruisce. Sono piccole casette di legno, poco più che cabine rialzate: spazi per cambiarsi, lasciare i teli da mare o per ripararsi dal sole. Nel corso degli anni crescono, si moltiplicano e spesso diventano più grandi. Una veranda, un tavolo, qualche letto, tende alle finestre. Decine, centinaia. 

Durante la Seconda guerra mondiale ci sono numerose demolizioni perché il litorale serve libero per le operazioni militari. Arriva la pace e comincia l’epoca delle ricostruzioni, spesso senza regole dopo la devastazione del 1943. I casotti ricompaiono, aumentano in fretta. Negli anni Cinquanta sono più di mille, si parla addirittura di un periodo con 1500 cabine di legno. Vengono registrate regolari concessioni, i proprietari si associano anche in cooperative. Dentro quei pochi metri quadrati, per tutta la buona stagione, si passano le giornate al mare. Pranzi, cene, feste, giochi. C’è chi dorme anche. Ai tempi del boom economico i casotti si comprano, si cedono, si lasciano ai figli. Ogni fermata ha il suo mondo, ogni fila una piccola geografia. Il Poetto diventa il quartiere estivo di Cagliari. Una comunità stagionale con regole proprie che arriva ad accogliere anche quindicimila persone. Per generazioni di cagliaritani andare al mare non vuol dire semplicemente stendere un asciugamano sulla sabbia. Significa tornare a casa. Una casa minuscola, precaria, ma a pochi metri dall’acqua. E il problema è proprio lì. Quei manufatti nati come cabine diventano vere abitazioni senza i servizi necessari. Le condizioni sanitarie sono precarie, non ci sono i requisiti minimi di legge per un’abitabilità anche temporanea. 

Nell’estate del 1985 le analisi sanitarie mettono nero su bianco una situazione ormai insostenibile: contaminazione batterica, scarichi nella sabbia, situazione igienica incompatibile con l’utilizzo dell’arenile. Comincia la stagione delle ordinanze, degli sgomberi, dei ricorsi, delle proteste. Ci sono le esigenze sanitarie e la necessità di rendere di nuovo pubblici gli ampi tratti di spiaggia sottratti dai casotti. Ma centinaia di famiglie difendono il loro mondo affacciato sul mare. Per mesi in tanti sperano in una soluzione diversa, nello stop della macchina amministrativa. Non arriva. Il 6 marzo 1986 entrano in azione le ruspe per la demolizione totale. Alcuni casotti sono già stati pesantemente danneggiati dalle mareggiate violente di quell’inverno. Agli altri pensano le benne. Cadono pareti, tetti, verande. Nel giro di poche settimane la città di legno scompare.

Il Poetto cambierà volto ancora molte volte in questi quarant’anni: l’erosione, il ripascimento, i nuovi chioschi, il lungomare, la presenza dei cagliaritani (e dei turisti) ormai estesa a tutto l’anno. Eppure basta ancora una fotografia in bianco e nero, con quelle file storte di casette sulla sabbia, per riportare indietro l’immagine del capoluogo tra casotti e tram (il trasporto su rotaia era già stato fermato nel 1973). Quarant’anni dopo resta una strana sensazione: da una parte la consapevolezza di un mondo incompatibile con le più elementari regole igienico-sanitarie, dall’altra il ricordo di chi quei casotti li ha vissuti. E l’effetto è un senso di vuoto difficile da colmare, anche perché dentro quelle casette sulla sabbia sono rimasti gli anni dell’infanzia e della giovinezza.

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