Noi sardi siamo troppo arrendevoli
Di Salvatore CubedduAi sardi piace fare i salvatori dell’Italia? Lasciando irrisolta la domanda, bisogna constatare che gli italiani volentieri si fanno aiutare dai sardi, a iniziare dai piani alti. E non è piccola cosa il sapere che, tra qualche mese, saranno loro a decidere chi, tra noi, potremo votare per venire rappresentati nel Parlamento di Roma. È che a noi piace frequentarli e riceverli, questi autorevoli continentali, che, a forza di confermarglielo, se lo attendono. Molti, tra i maggiorenti sardi, restano comunque favorevoli ad accettare la cosa. Si sa, i sardi sono ospitali.
È successo la settimana scorsa: se devi dire alla “Nazione” degli italiani l’incerta fortuna dell’arrivo di nuove centrali nucleari in un territorio, dove vai a dirlo? Il Ministro dell’Ambiente l’ha fatto in Sardegna, incurante del fatto che noi siamo consapevoli delle sue responsabilità nell’attacco speculativo contro il quale combattiamo nell’Isola. Come ci dicesse: non basta, ragazzi! Ora sperimentate le nostre scelte sul nucleare. Immaginatevi se dovrete accettarne le scorie del passato!
E le scorie umane e sociali del 41 bis, credete che si trattasse di una fissa del sottosegretario Delmastro? Le decisioni procedono dal Governo della Repubblica, che è l’affermazione solenne che dovrebbe gelarci di rispetto, sapendo che ancora non si fa “in nome del Governo della Nazione”! E il nuovo carcere duro viene ad inaugurarlo il Ministro della Giustizia in persona, senza neanche dircelo.
E, allora, capita che il sindaco di Uta verrà a conoscere che nel suo Comune abiteranno (per quanti decenni?) i peggiori delinquenti mafiosi. E che gli avvertimenti del giornalista Saviano, a proposito degli interessi nell’eolico della galassia criminale italiana, ben si combina con l’avvicinamento dei saccheggiatori ai beni nostri da saccheggiare.
Ma ora c’è la guerra, la somma e il peggio di tutto. Proviamo a pensarci: se gli strateghi di Mosca volessero dare un segnale delle loro bellicose intenzioni, dove andrebbero a considerare di colpire? Facendo un favore e in minaccia alla Penisola, come avviso per ciò che si potrebbe continuare laggiù? Nella terra meno abitata, con le massime servitù militari dell’Italia (e della Nato), l’aeroporto militare di Decimomannu e la base missilistica di Perdasdefogu.
Chissà cosa ci stesse facendo, là di fronte nel Tirreno, l’incrociatore della marina russa solo qualche mese fa. Ovviamente noi non si sa più di quanto non si possa leggere nella stampa, pur ampliando le fonti. Ma non è difficile supporre che, allorché si è deciso di militarizzare il nostro territorio, l’atteggiamento governativo non possa trasgredire l’antico approccio di spedire i problemi in Sardegna. Tanto i sardi mugugnano, ma poi, continuando a mugugnare, lasciano fare.
“Il popolo sardo è un popolo silenzioso, non disposto ad agire violentemente, come il grande, generoso, altamente umano popolo siciliano…”. Parole scritte a malincuore da Camillo Bellieni, nel contesto del primo grande dibattito sull’Autonomia della Regione Sardegna svoltosi a Sassari dalla primavera all’estate del 1951. Senza contraddirlo, al fondatore del sardismo alcuni suoi compagni ricordarono quanto da lui proposto all’approvazione il giorno della nascita del Psd’Az: “… Ove le sue giuste e misurate aspirazioni dovessero ancora trovare il governo d’Italia inerte e neghittoso per incomprensione e per inconsiderata resistenza alle sue domande: il popolo sardo ritroverà in se stesso la forza, l’energia e la decisione per combattere e vincere, pur col cuore sanguinante, con altri mezzi e per altri scopi”.
Venne deciso ad Oristano il 17 aprile 1921 e ivi ripreso l’ultimo giorno di gennaio del 1922, mentre in Italia andava a crescere il fascismo. Bellieni aveva sviluppato l’idea che il soggetto e protagonista dell’Autonomia non fosse lo Stato e il suo governo centrale, non una burocrazia regionale, ma la comunità sarda organizzata politicamente nei suoi comuni e nella Regione Autonoma, con il partito che serve da strumento attraverso il quale questa volontà si traduce in istituzioni.
L’autonomia significa la possibilità della Sardegna di sviluppare una propria “originalità” e una propria capacità di azione. Per l’Italia proponeva il federalismo delle sue regioni e già, in anticipo di trent’anni, lo prevedeva per gli Stati Uniti d’Europa. Siamo ancora e di nuovo qui. E a questo punto.
Salvatore Cubeddu