Insularità tradita
Di Bepi AnzianiChe il riconoscimento della condizione di insularità della Sardegna fosse una sorta di ossimoro, destinato a non portare a niente, lo sospettavano in molti. Ma la speranza era che il passaggio in Parlamento facilitasse l’adozione di provvedimenti capaci di ridurre gli svantaggi dell’isolamento per i sardi. Una speranza espressa convintamente anche da queste colonne. Invece nulla è successo. E non soltanto per colpa di uno Stato spesso distratto, quando non indifferente. La spinta che arriva dall’isola è troppo debole e prevale l’idea che facendo da sé i problemi si risolvano prima. Così ci teniamo gli accordi che delegano alla Regione le decisioni sui trasporti: una continuità territoriale lacunosa e spesso disattesa, per passeggeri e merci. Ci teniamo il sovrapprezzo della benzina che qui costa più che altrove e una marea di problemi come se la crisi riguardasse soltanto chi governa a Cagliari e non anche chi, a Roma, decide regole e risorse. L’insularità non è un alibi né una richiesta di privilegi. È una condizione concreta: si misura nel costo di un biglietto, nei tempi per raggiungere un ospedale, nell’impossibilità di far arrivare merci a prezzi competitivi. Il riconoscimento in Costituzione doveva rendere visibili questi svantaggi e costruire risposte. È rimasta una formula solenne, buona solo per i discorsi. Perché l’insularità diventasse una leva sarebbe servita una voce sarda più forte e unita, capace di chiedere conto allo Stato e alla Regione delle scelte e dei risultati mancati. Invece ogni livello indica l’altro come responsabile. E come dice il proverbio “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Sembra scritto per noi.
Bepi Anziani