I Mezil, la famiglia di Budapest che guardava al futuro
Quando oltre la Cortina di Ferro si sfidavano gli anime giapponesi e il potere del colosso DisneyPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Chi è cresciuto davanti alla tv dei ragazzi ricorderà una sigla in cui un’intera famiglia crolla addosso al capofamiglia. Sono i Mezil, in originale la Mézga család: non un anime né un prodotto Disney, ma un gioiello nato a Budapest negli studi Pannónia Film, al di là della Cortina di Ferro. Gli appassionati di animazione giapponese e mondiale lo dicono senza esitazioni: è una delle serie più intelligenti mai pensate per la televisione, e merita molto più di una nota nostalgica.
A firmarla furono il regista József Nepp e lo sceneggiatore József Romhányi, autore di testi e giochi di parole di rara finezza, che nessuna traduzione riesce a rendere fino in fondo. Tra il 1968 e il 1978 nacquero tre cicli da tredici episodi di circa venti minuti ciascuno, ognuno di un genere diverso: la sitcom fantascientifica, l'avventura spaziale, la commedia di viaggio. Una serialità che oggi chiameremmo d'autore.
Al centro c’è Géza Mézga, capofamiglia goffo e sempre a un passo dal tracollo economico. Sua moglie Paula governa in realtà la casa e chiude quasi ogni puntata rimpiangendo di non aver sposato il vecchio corteggiatore Pisti Hufnágel, un tormentone entrato nel linguaggio comune ungherese. Poi c'è Kriszta, adolescente ribelle e sicura di sé, e soprattutto Aladár, dodici anni e genio inventore, vero motore delle storie. Completano il quadro il gatto Maffia, il cane Blöki e il dottor Máris, vicino cinico e sventurato, trascinato suo malgrado in ogni catastrofe.
Nel primo ciclo, che in Italia è noto anche come Messaggi dal futuro, Aladár trasforma una radio in un ricetrasmettitore e contatta MZ/X, un lontano discendente vissuto nel trentesimo secolo. Dal futuro arrivano apparecchi iperavanzati pensati per semplificare la vita, che regolarmente la complicano. Il meccanismo ricorda quello che in Giappone, negli stessi anni, alimentava Doraemon, ma qui non c'è nessuna rassicurazione: i frutti giganti richiamano cavallette mostruose, un robot domestico rade al suolo i mobili perché non capisce l'ungherese del Novecento. È una satira della tecnologia miracolosa, scritta quando il mito del progresso era al suo apice.
Il secondo ciclo è il più visionario. Dalla custodia di un violino Aladár estrae un'astronave gonfiabile e, all'insaputa dei genitori, vola verso pianeti sconosciuti. La fantasia si scatena in mondi assurdi che funzionano da specchio deformante della società umana, con quel gusto per il surreale che accomuna tanta animazione dell'Europa orientale, da Zagabria a Praga. Con lui viaggia quasi sempre il cane parlante Blöki, compagno di ogni avventura tra un pianeta e l'altro, mentre a casa la famiglia ignora tutto.
Il terzo ciclo cambia ancora registro e porta i Mezil in vacanza, una vacanza che si trasforma in un avventuroso giro del mondo. Lontani dal turismo dell'Occidente ricco, i protagonisti affrontano imprevisti a ripetizione con più ingegno che denaro. È il ritratto affettuoso e impietoso di una famiglia media, che ride di sé per non piangere. Nel terzo ciclo Paula arriva persino ad accettare che Hufnágel non fosse l'uomo sognato, piccola svolta che regala alla saga un finale più maturo.
Il cuore comico resta però la famiglia. Il litigio coniugale di Géza e Paula, le bugie di Aladár, i capricci di Kriszta e le manie di Máris compongono una commedia corale in cui ogni personaggio ha una voce riconoscibile. Non servono effetti speciali né grandi scenografie: bastano un dialogo ben scritto e un tempismo perfetto.
Sul piano estetico il tratto è essenziale, i colori sono vivaci, le espressioni marcatamente caricaturali. Siamo lontanissimi dal realismo di un Takahata o dalla cura pittorica di un Miyazaki, e proprio per questo colpisce la forza del ritmo comico e della scrittura. Sotto la superficie leggera corre una critica sottile a consumismo, burocrazia e conformismo, esercitata con l'arma preferita di chi lavora sotto censura: l'ironia. Non a caso molti la considerano un'antenata dei Simpson, con il padre inetto, la famiglia disfunzionale e lo sguardo affilato sul proprio tempo.
Curioso è anche il destino del nome. Mézga in ungherese significa colla o gomma d'albero, e ogni Paese lo ha adattato a modo suo: Smolík in Cechia, Metzger in Germania, Miazgovci in Slovacchia, e da noi Mezil. Un segnale di quanto la serie viaggiò lontano, conquistando pubblici diversi con la stessa forza.
Oggi, nell'epoca dello streaming globale, riscoprire i Mezil significa ricordare che l'animazione d'autore non ha confini, né geografici né di formato. Un cartone dell'Est europeo di mezzo secolo fa parla ancora a grandi e piccoli, perché racconta la fragilità delle famiglie e l'illusione che basti un aggeggio dal futuro per essere felici. A chi non l'ha mai visto consiglio di cercarlo senza pregiudizi: troverà una lezione di scrittura e di garbo che molta animazione contemporanea farebbe bene a ripassare.
