Stipendi più alti, ma l’inflazione morde il potere d’acquisto
Le retribuzioni sono aumentate: Cagliari è in testa alla classifica del Sud. Ma nel resto della regione non va così beneUn operaio al lavoro
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Dieci anni di aumenti in busta paga, almeno sulla carta. Perché poi, quando si fanno i conti con l’inflazione, il risultato cambia completamente. In Sardegna dal 2015 le retribuzioni sono cresciute del 18,6%, ma nello stesso periodo i prezzi hanno fatto ancora più strada, con un aumento del 23,3%. Il risultato è che oggi i lavoratori sardi guadagnano di più, ma possono comprare meno: in dieci anni il potere d’acquisto è diminuito del 4,8%. A fotografare il divario è l’edizione 2026 del Geography Index Report dell’Osservatorio JobPricing, che mette a confronto le retribuzioni (del 2025) nelle regioni e nelle province italiane.
La retribuzione globale annua media in Sardegna è di 30.314 euro. Una cifra che colloca l’Isola al quindicesimo posto nella graduatoria nazionale, ancora parecchio distante dalle regioni dove gli stipendi sono più alti. In testa c’è la Lombardia con 36.331 euro, seguita dal Lazio con 35.222, dalla Liguria con 34.872, dal Trentino Alto Adige con 34.522 e dall’Emilia Romagna con 34.295 euro. Dall’altra parte della classifica c’è la Basilicata, ferma a 27.767 euro, preceduta dalla Calabria con 29.146 e dalla Sicilia con 29.482.
Ma è il confronto con il 2015 a raccontare meglio cosa sia successo davvero alle buste paga. Dieci anni fa la retribuzione annua media in Sardegna era di 25.569 euro. Da allora sono arrivati quasi 4.750 euro in più, pari a una crescita del 18,6%. Un aumento consistente solo in apparenza, perché nello stesso periodo l’inflazione ha raggiunto il 23,3%, cancellando completamente il vantaggio.
E non è soltanto un problema sardo. A livello nazionale la retribuzione globale annua è arrivata a 33.798 euro, con una crescita del 14,2% rispetto al 2015. Nel frattempo, però, i prezzi sono aumentati del 22,6%: il saldo finale è una perdita di potere d’acquisto dell’8,4%.
Con differenze territoriali anche molto marcate. A pagare il conto più pesante è l’Umbria, dove la perdita arriva al 15,1%, seguita dal Veneto (-13,9%), dalla Sicilia (-13,1%) e dal Trentino Alto Adige (-12,3%). Non basta neppure vivere nelle regioni dove gli stipendi sono più alti: la Lombardia perde l’8,9%, l’Emilia Romagna il 10,7%. Soltanto Marche (+0,7%) e Molise (+2,8%) riescono a chiudere il decennio con un saldo positivo, con gli stipendi che hanno corso più velocemente del costo della vita.
Il fenomeno diventa ancora più evidente scendendo a livello provinciale. Tra le 40 province analizzate sul fronte del potere d’acquisto, Campobasso è l’unica a registrare un saldo positivo significativo, pari al 3,5%. Dall’altra parte Milano perde il 9,9%, Bologna il 10,6%, Genova il 15,7% e Bolzano addirittura il 22,8%.
Dentro la Sardegna le distanze restano ampie. Cagliari, al 42esimo posto nazionale, è la prima provincia del Mezzogiorno per retribuzione globale annua, con 32.095 euro. Poi c’è un salto. Nuoro è 93esima con 28.651 euro, Oristano 94esima con 28.637, il Sud Sardegna 97esimo con 28.495. Chiude Sassari, quintultima in Italia e 103esima nella graduatoria nazionale, con appena 27.723 euro.
Nell’ultimo anno soltanto Nuoro è riuscita a migliorare la propria posizione, risalendo di quattro posti. Tutte le altre province sarde hanno invece perso terreno.
Neppure Cagliari, però, riesce a sfuggire all’erosione delle buste paga. Dal 2015 gli stipendi sono aumentati del 16,3%, mentre l’inflazione ha raggiunto il 22,8%.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso raccontato dai numeri. Milano resta la provincia italiana dove si guadagna di più, con una retribuzione media di 40.055 euro, davanti a Trieste, Bolzano, Roma e Bologna. Ma stare in cima alla classifica degli stipendi non significa necessariamente essere diventati più ricchi. In dieci anni le buste paga sono cresciute quasi ovunque. Il problema è che, nel frattempo, il costo della vita è cresciuto ancora di più.
