Insularità, lo squilibrio che affossa le imprese sarde
Rispetto ai concorrenti della Penisola i costi sono superiori fino al 40%. Gli Ambasciatori di Sardegna: «Non c’è tempo da perdere»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Su un punto sono tutti d’accordo. L’insularità ha un costo. Il problema semmai è quantificare che valore – negativo – ha questa condizione. E soprattutto come, quando e in quali modi si può compensare lo svantaggio. Perché di svantaggio si tratta, soprattutto per le aziende: a parità di settore e dimensione, un’impresa sarda fatica di più dei concorrenti delle altre regioni italiane per ottenere gli stessi risultati.
A riaprire il fronte sono gli Ambasciatori di Sardegna, la rete che mette insieme decine di imprese della filiera produttiva dell’Isola. Agricoltori, trasformatori, distributori, autotrasportatori e operatori della logistica: mondi diversi con lo stesso problema. Prima si paga di più per far arrivare nell’Isola materie prime, imballaggi e merci. Poi si paga ancora per portare i prodotti sardi sui mercati della Penisola e all’estero.
Una sorta di pedaggio permanente che riduce i margini delle aziende e la loro capacità di competere. E che negli ultimi mesi è diventato ancora più pesante con il caro carburante, l’aumento dei costi della logistica e gli oneri legati all’Ets.
È qui che arriva l’accusa degli Ambasciatori. Dopo l’incontro con la presidente della Regione Alessandra Todde, la rete aveva chiesto l’avvio di un percorso per quantificare il divario sostenuto dalle aziende sarde. «Da allora non abbiamo avuto notizia di iniziative operative», denunciano gli imprenditori.
Eppure una base dalla quale partire esiste. Già alla nascita del movimento veniva citato lo studio dell’Istituto Bruno Leoni secondo il quale il 98% delle merci che entrano ed escono dalla Sardegna viaggia via mare, con costi logistici superiori del 40% rispetto al resto del Paese e una perdita di competitività stimata attorno al 30%.
A questo si aggiunge il quadro europeo. Gli Ambasciatori richiamano Ocse e Commissione Ue e sottolineano che la nuova strategia europea per le isole riconosce l’esistenza di uno svantaggio strutturale. La questione, dunque, secondo la rete, non sarebbe più stabilire se l’insularità abbia un costo, ma trasformarlo in una cifra condivisa e verificabile.
Da qui la richiesta alla Regione: aprire immediatamente un “Dossier Sardegna”, mettendo allo stesso tavolo imprese, università e competenze tecniche. L’obiettivo è calcolare quanto il gap incida realmente sull’intera filiera e utilizzare quel dato per presentarsi davanti allo Stato e all’Unione europea con una richiesta di risorse, investimenti e meccanismi compensativi.
Non un intervento una tantum per tamponare l’ultima emergenza, dunque, ma un sistema che parta dalla misurazione dello svantaggio strutturale. Perché il costo del mare non compare soltanto nella fattura del traghetto: si accumula lungo tutta la catena, dall’arrivo delle materie prime alla consegna del prodotto finito.
Adesso il tono si alza. Gli Ambasciatori chiedono alla presidente della Regione «atti concreti e tempi certi». E mettono sul tavolo anche il passo successivo: se le risposte non arriveranno, proporranno al sistema produttivo dell’Isola una mobilitazione comune con «serie iniziative di protesta».
È il tentativo di spostare una discussione che dura da anni dal terreno dei principi a quello dei conti. Essere un’isola è una condizione geografica. Quanto costa esserlo, invece, si può calcolare. Ed è quel numero che le imprese ora chiedono alla Regione di mettere nero su bianco.
