In viaggio con la tua bambina interiore
“Dalla ferita a casa”: il libro di Claudia Scarpati per tutte le donne che vogliono rinascerePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Dentro ogni donna c’è una Bambina, fragile e coraggiosa, che sa chi siamo e cosa è meglio per noi. La sua voce, però, resta spesso inascoltata, da noi e da chi ci circonda. Claudia Scarpati, psicologa sistemico-relazionale, nel saggio Dalla ferita a casa (Mondadori, 2026, pp. 500, anche e-booK) si rivolge a chi ha imparato a sorridere mentre dentro crolla, a compiacere gli altri dimenticandosi di sé.
Con una scrittura attenta, che accarezza e scava, una scrittura frutto di vent’anni di esperienza con le pazienti Claudia Scarpati accompagna le lettrici in un percorso terapeutico e trasformativo suddiviso in tre stagioni dell'anima. L’inverno delle ferite, cioè il momento del riconoscimento del dolore a cui fa seguito la primavera del disgelo, la fase di riconnessione per arrivare all’estate della fioritura, con la rinascita. Insomma, un libro che vuole essere “una carezza” per la bambina che si è sentita invisibile, aspettando una mano che non è mai arrivata. Una carezza per tutte le donne che oggi trovano il coraggio di tornare a guardarla, “non per aggiustarla o cambiarla, solo per starle accanto” come scrive l’autrice.
Proprio a Claudia Scarpati abbiamo chiesto quale è stata la spinta a scrivere il libro dopo tanti anni di lavoro come psicologa:
«Questo libro prende forma nel silenzio e nella verità della mia stanza di terapia, custodendo le voci delle donne che ho guidato in questi anni. Vite e percorsi all'apparenza lontanissimi, eppure uniti dalla stessa, identica ferita: donne solide, punti di riferimento instancabili per il mondo esterno, che nell'intimità dei legami tornavano a percepirsi fragili, trascurabili, bisognose di dimostrare il proprio valore. Riconnettere quelle donne alla bambina che sono state non è un esercizio teorico, è una liberazione che trasforma la postura, gli occhi, le decisioni quotidiane. Il mio intento era rendere quel processo accessibile oltre lo spazio della seduta, offrendo una mappa a chiunque senta la necessità di un primo, protetto approdo interiore».
Il titolo è Dalla ferita a casa...ce lo spiega?
«Spesso, a causa delle nostre ferite, abbiamo imparato ad abbandonarci prestissimo, vivendo in perenne stato di allerta: attente a non disturbare, a non deludere mai nessuno, convinte di dover faticare e fare sacrifici per meritare una briciola di affetto. Abbiamo indossato un’armatura pesante e siamo andate via da noi stesse, finendo per sentirci sempre fuori posto, sempre esuli. La ferita è stata esattamente questo: il punto di rottura in cui ci siamo allontanate dalla nostra verità per sopravvivere. Il libro accompagna il cammino a ritroso: un ritorno lento, a volte faticoso, ma profondamente liberatorio, verso il nostro spazio interiore. Tornare a casa significa riabitare noi stesse. Significa scoprire che siamo noi il nostro primo rifugio sicuro, un luogo intimo in cui non serve dimostrare niente a nessuno, dove ogni nostra emozione è legittima e la nostra storia può essere finalmente abbracciata con tenerezza, senza più l’ombra della vergogna. E quando una donna diventa la casa di sé stessa, lo si riconosce dai dettagli più semplici e autentici della vita di ogni giorno: da come si concede il riposo senza il tormento dei sensi di colpa, e dal coraggio di scegliere legami che le regalano pace, non più ansia o trincee».
Nel libro si parla di viaggio con la propria bambina interiore...cos'è la bambina interiore?
«La bambina interiore non è un concetto astratto o una metafora new age: è la memoria viva, emotiva e somatica di ciò che siamo state. È quella parte di noi che conserva intatti i primi bisogni fondamentali — essere viste, protette, accolte senza condizioni — ma anche le risposte che abbiamo dovuto costruire per adattarci all’ambiente in cui siamo cresciute. Quando da piccole abbiamo imparato che per essere amate o al sicuro dovevamo essere brave, silenziose, precocemente adulte o invisibili, abbiamo stipulato un patto di sopravvivenza. Da grandi crediamo di aver superato tutto semplicemente perché siamo diventate autonome e responsabili, ma ogni volta che in una relazione proviamo un’ansia sproporzionata di essere abbandonate, un senso di colpa paralizzante nel dire un ‘no’, o la sensazione di non valere abbastanza, non sta parlando l'adulta razionale: si sta attivando esattamente quella bambina con le sue paure e le sue antiche difese. Fare questo viaggio non significa restare intrappolate nel passato o abbandonarsi al rimpianto, ma compiere l’atto terapeutico più maturo che esista: smettere di pretendere che siano gli altri a riparare quelle ferite e diventare noi, oggi, le adulte accoglienti e solide di cui quella parte bambina ha ancora disperatamente bisogno per potersi, finalmente, riposare».
Nel libro c’è la prospettiva di "edificare il proprio santuario interiore"…ma cosa significa esattamente?
«Significa smettere di essere una casa con le porte spalancate alle tempeste altrui e costruire, dentro di sé, il primo vero spazio di sicurezza non negoziabile. Per chi ha imparato fin da piccola a farsi carico di tutto, il paesaggio interiore è spesso colonizzato: non esiste una soglia che separi i propri vissuti dai bisogni, dalle aspettative o dalle ansie di chi ha intorno. Edificare questo santuario non ha nulla a che vedere con l’isolamento, ma è un atto di profonda ecologia emotiva. Significa creare un territorio intimo in cui sospendere ogni obbligo di prestazione, dove non serve essere forti, rendersi utili o dimostrare continuamente di meritare il proprio posto. È il luogo in cui impariamo a filtrare gli accessi, lasciando fuori dalla porta i ricatti affettivi e il rumore del mondo, per offrire finalmente asilo alla nostra parte bambina: uno spazio protetto in cui può togliersi la pesante armatura da adulta e riposare, sapendo che oggi c'è qualcuno che veglia su di lei.In definitiva, significa diventare la propria terraferma. Un punto fermo e accogliente a cui poter sempre fare ritorno quando fuori c'è mare mosso, per ricordarsi chi si è al di là del ruolo che si è stati costretti a interpretare».
Dopo l'inverno delle ferite e la primavera del disgelo abbiamo l'estate della fioritura autentica...per cosa si caratterizza questa fase?
«L’estate della fioritura autentica non è un finale fiabesco in cui le ferite svaniscono per magia, ma il momento esatto in cui smetti di consumare la tua energia vitale per difenderti o renderti indispensabile, e inizi finalmente a usarla per esistere.Si caratterizza anzitutto per la fine della prestazione: si spezza l'antico riflesso di doversi guadagnare l'amore attraverso il sacrificio, e scopri la libertà di stare nei legami senza doverti fare carico dell'atmosfera, delle tensioni o dei bisogni di chi hai intorno. Tutta quell'energia, per anni sequestrata dall'ipervigilanza, torna a tua disposizione sotto forma di riposo, desideri autentici e confini limpidi, portandoti a scegliere relazioni basate sulla reciprocità e non sulla familiare condanna a dover salvare qualcuno. Ma soprattutto, l'estate è il tempo della pace interiore tra l’adulta e la bambina: non serve più indossare l'armatura della donna che non crolla mai, perché adesso c'è una presenza interna solida che sa proteggere la tua vulnerabilità. È una fase che si riconosce nel corpo: le spalle finalmente si abbassano, il respiro torna ad aprirsi e ci si concede, senza più chiedere il permesso a nessuno, il diritto alla leggerezza».
Come fare per rendere duratura la fioritura e non non fare riemergere le ferite?
«Il primo passo per rendere duratura la fioritura sta nello sfatare un’illusione: non possiamo impedire alle antiche ferite di riaffacciarsi, perché la nostra storia non si cancella. Le cicatrici emotive sono come vecchie fratture: in certi momenti di stress, di stanchezza o di fronte a dinamiche relazionali familiari, torneranno a pizzicare. Pensare di dover essere ‘guarite per sempre’, senza mai più vacillare, è solo un’altra forma di perfezionismo che rimette in moto l'ansia da prestazione. La vera stabilità, quindi, non consiste nell'assenza di ricadute, ma nel tempo di recupero e nella qualità della risposta che diamo a noi stesse. Se prima la ferita ci trascinava automaticamente nel vecchio schema — compiacere, isolarsi, sacrificarsi per non essere abbandonate —, oggi impariamo ad accorgerci del campanello d'allarme nel momento esatto in cui suona. Non ci colpevolizziamo più per aver provato paura o senso di colpa; ci fermiamo, respiriamo e interveniamo come adulte consapevoli prima che l'automatismo prenda il sopravvento. Mantenere viva la fioritura significa scegliere ogni giorno una fedeltà gentile verso i propri bisogni e i propri limiti. Significa ricordarsi che non siamo più quella bambina inerme in balia degli eventi, ma donne che hanno imparato ad abitare il proprio santuario interiore. E che, anche quando fuori tira vento forte, sappiamo sempre come e dove tornare a casa».
