Che spreco relegarlo a “mattone” da affrontare sui banchi di scuola. Tra passioni, soprusi, colpi di scena, guerre e personaggi sorprenti, “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni è soprattutto una grande, eterna, storia. Oggi rivive sul palcoscenico con “Questo matrimonio non s’ha da fare”, melologo per voce recitante e pianoforte che vede Ettore Bassi, attore, nato a Bari 56 anni fa, dare corpo a un capolavoro della letteratura, accompagnato dalle musiche originali del pianista e compositore Marco Beretta, per la regia di Alberto Oliva. Lo spettacolo è inserito nella stagione di prosa 2026-2027 del CeDAC Sardegna e arriva nell’Isola con cinque appuntamenti: stasera al Teatro Centrale di Carbonia, domani al Teatro Comunale Akinu Congia di Sanluri, il 23 ottobre al Teatro Tonio Dei di Lanusei, il 24 ottobre al Teatro San Bartolomeo di Meana Sardo, si chiude il 25 ottobre al Teatro Civico Gavì Ballero di Alghero.

Ettore Bassi, quanto c’è di attuale nelle peripezie di Renzo e Lucia?

«Tutto. La prevaricazione, l’abuso, il desiderio di due giovani di essere padroni del proprio futuro, anche il tragico scenario della peste di Milano del 1630 è sovrapponibile a quello impressionante del Covid. “I Promessi Sposi” sa essere una fiction a tutti gli effetti: non ti porta con la fantasia chissà dove, ti m ette davanti a un’attualità sconcertante».

Come cambia il suo lavoro di interprete quando la voce dialoga con il pianoforte?

«Il connubio letterario-musicale è uno stimolo che richiede adattamento e impegno. La musica, composta appositamente, fa emergere un ritmo nascosto, sottolinea e anticipa, la mia voce conferma. Un dialogo nel quale il pubblico si immerge con la propria immaginazione, attraverso suggestioni che restituiscono il colore della storia».

C’è un personaggi manzoniano a cui si è affezionato particolarmente?

«È un affresco di umanità che li rende tutti interessanti, perché Manzoni riesce sempre a tirare fuori delle sfumature particolari. Persino nel racconto di don Rodrigo, che non è certo un personaggio simpatico, si trovano contorni che te lo fanno capire. Provo simpatia per don Abbondio, mentre ho riscoperto fra Cristoforo: la sua volontà di prendere posizione, di rischiare e di opporsi all’arroganza è qualcosa di raro che va difeso».

Dopo oltre trent’anni tra tv, cinema e teatro, cosa le dà in più il palcoscenico?

«Il teatro è densità, ti fa sentire coinvolto e protagonista. La televisione e il cinema sono media, per definizione c’è qualcosa che si frappone fra te e il pubblico. A teatro questo intermediario non c’è: ci sei tu che agisci e c’è chi immediatamente raccoglie. È il valore della presenza. Ecco perché è sempre più prezioso e per me è anche impegno civile».

Cioè?

«Esistono artisti che lo sono per sé stessi e altri che lo fanno per il prossimo. Io voglio mettermi a disposizione per provare insieme a riflettere in un mondo che ci appiattisce. Non è un percorso unilaterale: è uno scambio».

Con "Il sindaco pescatore”, monologo sull’omicidio Vassallo, ha incontrato in 10 anni migliaia di studenti. Cosa accade quando il teatro incontra i più giovani?

«Li vedo sempre più soli: il teatro è un’occasione per coinvolgerli, offrire loro una traiettoria dalla quale tirare fuori energie insperate. Basta vederli quando entrano in platea: all’inizio sono scettici, poi quando finisce lo spettacolo vedo i loro occhi sprizzare di luce e bellezza. Non devono imparare, ma essere accompagnati».

In questi giorni è in Sardegna, forse non tutti sanno che negli anni ’90 è stato animatore nel villaggio di Cugnana Verde a Olbia...

«Che ricordi! Fin da piccolo ho amato la magia e i giochi di prestigio e sì, da ragazzo per qualche tempo ho lavorato come mago-presentatore a Olbia. La Sardegna mi ha affascinato fin dal primo momento: un popolo orgoglioso, fiero, sempre in difesa dei propri valori. A suo modo, manzoniano».

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