Silenzi e parole nella comunicazione sui processi giudiziari. Opposti esplorati, nei giorni scorsi in Camera di Commercio a Sassari, nel convegno promosso da Movimento Forense Sassari e Scuola Superiore della Magistratura. “Verità processuale ed opinione pubblica. Sfide deontologiche contemporanee”, questo il titolo dell’incontro che, dopo i saluti del presidente del Tribunale di Sassari, Antonio Pietro Spanu, e della giudice Marta Guadalupi, referente formazione decentrata Ssm- distretto di Cagliari, si è addentrato nel terreno scivoloso della giustizia «da spiegare ai cittadini». Sono passati i tempi, come riferisce il sostituto procuratore Gianni Caria, dello “sbatti in mostro in prima pagina”.

Ora l’informazione è regolata da precise disposizioni che ne regolano i contenuti e il passaggio più evidente è quello dalla tutela della presunzione di innocenza alla protezione reputazionale dell’indagato. Fatto salvo che, al netto delle cautele, qualcosa si dovrà pur riferire su arresti ed eventuali traduzioni in carcere. «Solo nelle dittature - sottolinea Caria - la gente sparisce e non si sa che fine ha fatto».

Ed ecco allora le note della procura, “ripulite” da dettagli troppo precisi che possano far risalire all’identità della persona fermata. Ma la fase di indagine è solo una tappa della complessa macchina giudiziaria, il cui traguardo finale viene dalle decisioni dei magistrati. «Un tempo si diceva che il giudice doveva parlare con le sentenze - afferma Mauro Pusceddu, presidente del tribunale di Nuoro - Ora invece, in alcune situazioni, deve parlare». Come stabilito nell’aggiornamento delle linee guida del Csm, del 10 giugno 2026, sulla “corretta comunicazione istituzionale”. E può farlo o con eccezionali conferenze stampa, oppure, è il canale più plausibile, con note in cui si spiegano, in parte, alcune decisioni prese. Note che, tra l'altro, sono tenute ad aggiornare le novità sul procedimento. Un modo anche per far crescere l’opinione pubblica, spesso travolta dall’onda mediatica di alcune vicende. Carta canta insomma e per l’avvocato Gabriele Satta, presidente del Consiglio ordine forense di Sassari, sarebbe necessaria pure per gli stessi legali.

«Ci consente - dichiara - di parametrare le nostre esternazioni e misurarle nei contenuti e nei toni». Critico sulle strette in ambito comunicativo, in particolare dalla legge Cartabia, è stato il giornalista Mario Mossa, soffermandosi in dettaglio sull’ambito scivoloso delle fonti, strumento prezioso e, in teoria, tutelato dall’anonimato. Ma di cui giudici e pm potrebbero chiedere l’identità. Argomenti complessi e confini dove l’attività investigativa e giudicante fatica a incontrare chi, di mestiere, fa il comunicatore. «E - rimarca Mossa - deve dare notizie».

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