Il reggae sassarese di Forelock a “Zelig”: «Questo palcoscenico come un gol a San Siro»
Il cantante sardo è ancora tra i protagonisti di quattro nuove puntate dello storico programma di Canale 5Forelock a sinistra con la band di Roy Paci e Claudio Bisio
Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il reggae in salsa sarda risuona sul palco di “Zelig”. Dopo la prima edizione invernale del 2026 con Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, Forelock, nome d’arte di Alfredo Puglia, 38 anni, è ancora tra i protagonisti di quattro nuove puntate dello storico programma di Canale 5. Un'edizione speciale in onda dai primi di ottobre che celebra i suoi trent'anni con una parata di glorie della comicità, tra Raul Cremona, Antonio Albanese, Diego Abatantuono, Angela Finocchiaro, Max Giusti, Claudio Batta, Paolo Rossi. Alla conduzione Michelle Hunziker e il duo Ale e Franz. «È come segnare un gol a San Siro», racconta il cantante sassarese, a “Zelig” grazie al sodalizio con il trombettista Roy Paci con cui collabora ormai da due anni. Dopo essersi formato tra la musica classica e la tradizione africana, Forelock ha trovato la sua dimensione nel reggae giamaicano, ma sempre con un riferimento costante alla sua Sardegna. Oggi vive a Porto Torres («Anche se sono in viaggio quasi ogni settimana»), organizza festival sul territorio, prepara nuove uscite discografiche e con Inna One Vibe, il progetto condiviso con Mellow Mood, Lion D e Kg Man, è atteso nei club italiani e sui palchi di Cile, India e Costa Rica.
Forelock, che effetto fa ritrovarsi a “Zelig”?
«Al liceo non perdevo neanche una puntata, oggi trovarmi fianco a fianco con gli eroi della mia adolescenza è incredibile. Sono tutte persone alla mano e subito ci siamo sentiti una squadra che punta a far funzionare lo spettacolo, ognuno con le proprie capacità».
Dal palco di un concerto a quello di un programma destinato alla tv: cosa cambia?
«Non troppo, anche lì c’è spazio per l’improvvisazione. Nei nostri segmenti non c’è un regista che ti dice sì o no: fai il tuo lavoro. Noi diamo ritmo allo show, alternando la musica alla comicità, e il pubblico si accende con facilità».
La collaborazione con Roy Paci dura da circa due anni e ha già portato a un centinaio di concerti. Come è nata?
«Il mio primo concerto con la band fu l’apertura di un suo spettacolo. Roy non si ricordava di me, ero il tastierista, e quando anni dopo era in cerca di una figura come la mia gli fecero il mio nome. Pensava vivessi in Giamaica: “Dalla Sardegna alla Giamaica cambia poco, in termini di aerei”, gli dissi. Un paio di live per trovare l’intesa e da allora il tempo è volato».
È partito da Sassari, ha vissuto a Bologna e poi ha scelto di tornare. Perché?
«Fuori dalla Sardegna hai accesso a una semplicità logistica che non ha pari. Da Bologna prendevo un treno per arrivare ovunque in poco tempo. Crescendo però ho fatto fatica a stare lontano da casa. Avevo bisogno del mare, di quell’aria che ti cura, degli amici, dei miei cari. Ho approfittato del Covid, convinto che sarei ripartito. Non è successo. I sardi hanno con l’Isola un legame che va oltre la dimensione fisica, qualcosa che appartiene a un altro mondo».
Il reggae è nato lontano da qui, eppure la Sardegna è una presenza costante nelle sue canzoni. Come si sono incontrati questi due mondi?
«All’inizio ho accusato il fatto di aver scelto una musica che non riguardava casa mia. Studiando e approfondendo il reggae, però, mi sono accorto di quante similitudini ci fossero. La Giamaica è un’Isola, tanto per iniziare, i rapporti sono molto stretti con chi sta dentro e meno con chi sta fuori. E poi ci sono i temi sociali, le rivendicazioni di unità e libertà. E allora ho trovato il mio compromesso: in stile reggae racconto storie che appartengono al posto in cui sono nato e cresciuto».
In un mondo sempre più diviso, quale messaggio vorrebbe arrivasse attraverso la sua musica?
«Insisto sulla necessità di superare la superficie e andare a fondo. Viviamo una realtà molto complicata e semplificarla ci divide in categorie, quindi sediamoci e troviamo insieme una soluzione. Un’idea che passa facilmente perché ovunque suoni la musica in levare la gente sta bene: le mode passano ma, nonostante inutili e ormai superati stereotipi, il reggae resta».
