Intervista

«Noi immobilizzati e picchiati È il metodo israeliano a Gaza»  

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Gli brucia dentro, la guerra «ingiusta» in Palestina. «Impari e genocida». Gianfranco Frongia, 51 anni, uno dei sardi della Flotilla, è tornato ieri a casa. A Poggio dei Pini, una manciata di chilometri da Cagliari, base di famiglia quando il comandante della marina mercantile non naviga. L’attivista, alla sua prima missione umanitaria, è reduce dalla brutalità israeliana. Anche lui è finito inginocchiato e legato nel porto di Ashdod, come nel video diffuso in rete dal ministro della Sicurezza nazionale di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir, il falco di Netanyahu.

Commento a caldo

«Sia chiaro – racconta al telefono –: è vero che siamo stati sequestrati e picchiati. Alcuni anche torturati, sentivamo le urla. Ma è stato nulla in confronto a quello che i palestinesi subiscono da vent’anni. Adesso il genocidio è a bassa intensità, ma va avanti». Per questo Frongia si è messo a disposizione della Flotilla.

L’inizio del viaggio

La partenza da Augusta, nel Siracusano, il 26 aprile. Tempo tre giorni e l’Eros first, la barca che il 51enne timonava «insieme a un altro comandante con cui mi davo il cambio», è stata intercettata dagli israeliani. Quell’assalto sarà solo il primo. «Racconto tutto ma non si distolga lo sguardo dalla mattanza di Gaza. Subiscono violenza, ogni giorno, anche i novemila palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. Imprigionati senza processo, senza motivo e senza che un avvocato li possa difendere». Eros first era «a sud di Creta quando siamo stati intercettati. In acque internazionali, ciò che vale un atto di pirateria. È terrorismo. Dopo di che, siamo stati portati nelle navi galere israeliane, per due giorni».

La strategia

Gli abbordaggi funzionano così, la procedura è codificata: «Tutto l’equipaggio deve indossare i giubbotti di salvataggio. Si prendono in mano i passaporti. I telefoni, invece, vengono buttati in mare appena inizia l’assalto». Non si consegna nulla ai militari di Tel Aviv. Quindi «si tengono le braccia alzate. Noi, in quell’abbordaggio del 29 aprile, ci siamo radunati a poppa. Ma gli israeliani ci hanno ordinato di andare a prua, per poi farci trasferire sulle loro navi».

Primo salvataggio

La Marina greca – c’è un caso internazionale aperto – si è limitata a riscattare gli attivisti della Flotilla ma senza fermare l’abbordaggio. L’Eros first, a motore, nel frattempo «è stato lasciato alla deriva dagli israeliani. È il loro modo di indebolire la Flotilla. Ma noi ci siamo riorganizzati». La missione umanitaria ha una regia internazionale. «Io ho raggiunto l’isola di Siro e lì ho preso il timone di un veliero. Siamo partiti alla volta del porto turco di Marmaris. Eravamo cinquantasei imbarcazioni».

Secondo assalto

Tra il 18 e il 19 maggio il secondo abbordaggio. «Sempre in acque internazionali, al largo di Cipro. Un nuovo sequestro». Il resto è l’orrore di quarantotto ore che Ben Gvir ha rilanciato sui social. Lo stesso ha fatto la ministra dei Trasporti, Miri Regev. «Le immagini sono state girate nel porto di Ashdod, dove ci hanno trasferito dopo l'assalto. Là ci sono stati pestaggi e anche cose più cruente. Hanno utilizzato i taser, contro tutti, e non si capisce con quale logica. Per amplificare l’effetto paralizzante, ci gettavano acqua sui pantaloni. Ci sono persone che non sono riuscite a muoversi per oltre mezz’ora».

Le violenze

Frongia, ugualmente, è stato picchiato. «Mi colpivano con pugni e scosse elettriche». Potrebbe avere qualche costola incrinata o direttamente fratturata, il comandante sardo. «Devo fare accertamenti nei prossimi giorni. Ho ematomi soprattutto sui fianchi». Violenze sulle donne? «Non darò dettagli ma ci sono state». Anche sugli uomini? «Parrebbe di sì», dice. L’ultimo appello è per la politica: «Ben Gvir è espressione del Governo Netanyahu. Le sanzioni contro il singolo ministro sono una scelta ipocrita. Se l’Italia e l’Europa vogliono realmente dare un segnale, blocchino ogni relazione con Israele. Su commercio, armamenti e ricerca». Frongia ha trascorso l’ultima notte nella prigione di Ketziot. «È stato un assaggio di quello che vivono i palestinesi. Non ci possiamo voltare dall’altra parte».

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi

COMMENTI