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Giulini, intervista esclusiva: "Grazie a Lopez, godiamoci la Serie A"

Qual è stato, presidente Giulini, il momento più brutto?

«Alla fine del primo tempo, a Genova, il 29 aprile. Sampdoria 3, Cagliari 0».

Sardegna Arena, il giorno dopo. Il presidente del Cagliari ha appena levato i guanti da portiere. Ha difeso per mezz'ora la porta dell'Italia nella “Macron Store Cup”, in campo tutti i referenti mondiali (suddivisi in tante squadre) dello sponsor tecnico anche dei rossoblù. «Uscito io, hanno preso due gol», fa notare con un pizzico di sana civetteria Tommaso Giulini, prima di raccontare tutto d'un fiato una stagione finita bene.

Torniamo a Marassi. Un blackout mentale?

«No, contro la Sampdoria Pisacane e Castan non stavano bene. Ceppitelli lo aveva capito e si è unito al coro. Abbiamo giocato 45 minuti senza tre difensori... La squadra ha perso sicurezza».

Sia sincero: dopo Genova ha pensato di sostituire Lopez?

«No, perché ero convinto che solo lui, con la sua serenità, la sua conoscenza dell'ambiente, potesse portare la barca in salvo. E poi la scossa l'avevamo già data sostituendo il direttore sportivo».

Già, Giovanni Rossi. In una precedente intervista, dopo il mercato di gennaio, mi disse che il ds era intoccabile...

(Giulini sorride) «Ogni tanto una piccola bugia può scappare... Non me ne voglia. Però la mia idea era comunque di cambiare, a fine stagione».

Molti le rimproverano di non aver potenziato la squadra a gennaio.

«Io penso che gli inserimenti fatti fossero quelli di cui la squadra avesse bisogno in quel momento. Prendiamo Castan. E poi Lykogiannis. Pensate quanto è cresciuto, ricorda la storia di Faragò, che arrivò lo scorso anno a gennaio».

Marcello Carli è l'uomo giusto per il Cagliari del futuro?

«È stato l'unico direttore - il quarto da quando sono qui - con cui ci siamo dati del tu sin dal primo giorno. Chiamiamola empatia. Avevo sentito parlare molto bene di lui, di tutto il suo lavoro a Empoli, anche da Martino Melis. Ha accettato di mettersi in discussione a campionato in corso, l'ho molto apprezzato».

Ha mai pensato di richiamare Rastelli?

«No, mai».

Siete rimasti in buoni rapporti?

«Ottimi. Mi ha anche mandato un messaggio, stamattina».

Dopo la sconfitta con la Roma è scattato qualcosa, quasi un patto tifosi-squadra-società.

«Sì. C'è stato un amalgama assoluto. L'ho notato in queste ultime settimane, anche nell'ambiente cagliaritano. Anche con voi giornalisti. E i tifosi, poi, ci hanno dato tutto».

Dopo Verona, però, c'era stata grande tensione, in aeroporto.

«Anche lì... Io credo ci sia stato un supporto fondamentale, soprattutto da parte della Nord, nel far capire certe cose alla squadra. Credo che, dopo Verona, averli trovati in aeroporto sia stata una prima presa di coscienza di quanto la piazza potesse essere arrabbiata. E di quanto la Nord in particolare ci può essere di aiuto in questi momenti. Come lo è stata dopo la gara con la Roma. O venerdì, durante l'allenamento alla Sardegna Arena».

Prima della gara con la Roma, però, quei cori contro di lei sono partiti proprio dalla Nord.

«Se posso fare io da parafulmine in questi momenti, e il supporto dei tifosi rimane incondizionato, come è stato in questo finale, io il parafulmine lo faccio volentieri. So che non mi hanno mai amato, ma io li rispetto».

Ha pensato di mollare in caso di retrocessione?

«No, anche perché non puoi mollare nella difficoltà. Se un giorno dovessi mollare, sarebbe dopo un bel momento. È chiaro che ci sono state situazioni di grande scoramento, quando un presidente si sente solo e ha solo la famiglia al suo fianco. Di momenti così, quest'anno, ce ne sono stati. Come c'erano stati dopo la retrocessione».

Cagliari Calcio e Fluorsid viaggiano su binari diversi, ma...

«Quello che è successo l'estate scorsa nella mia azienda, il modo in cui è successo e le situazioni che si dovranno probabilmente continuare a vivere nei prossimi mesi, hanno lasciato una ferita che non si rimarginerà mai».

Cosa passa nella testa di un presidente quando le cose non vanno?

«C'è tantissima tensione. Ti attanaglia in certi momenti, ma non devi darlo a vedere. Devi trasmettere serenità alla squadra e all'ambiente. Sono sicuro che sia io che il mister siamo riusciti a farlo, in queste ultime settimane».

Qual è stato il peggior nemico da combattere?

«Il nemico ce l'avevamo dentro. Penso alle due partite a Verona, al primo tempo a Genova, seppur viziato dalla prestazione della difesa. In queste situazioni devi fare di tutto per scacciare l'avversario che è dentro di te. E in questo il mister credo sia stato fondamentale».

Diego Lopez. Cosa succederà, ora.

«Siamo avvantaggiati perché abbiamo un direttore sul quale facciamo grandissimo affidamento. Sull'allenatore dobbiamo fare delle valutazioni nei prossimi giorni. Ripartire da Diego ha dei pro e dei contro. Come qualsiasi altra scelta. Dopo aver vissuto quest'ultimo mese in apnea, ora credo sia importante soppesare tutto».

Le è piaciuto il gioco del suo Cagliari?

«Secondo me il recente cambio di modulo ha fatto bene alla squadra. Con il 5-3-2 ci siamo appiattiti. Dopo Sassuolo eravamo strasalvi. Se fossimo tornati al mitico modulo con il quale Diego ha giocato tante stagioni e ha utilizzato da più parti come allenatore, parlo del 4-3-1-2, questa salvezza sarebbe arrivata prima».

Una critica?

«No, sia chiaro, è un mio punto di vista, ci mancherebbe. Per mister Lopez c'è grande stima e gratitudine».

Perché ha chiamato l'ex capitano dopo Rastelli? Scelta “identitaria”, come per Zola?

«Io sono convinto che Diego sia un ottimo allenatore. Era il momento giusto per affidargli la squadra. A posteriori il risultato si è visto. Sì, abbiamo sofferto, ma non c'è gioia senza sofferenza. Noi dobbiamo dare emozioni. E attraverso la sofferenza, il sacrificio, abbiamo dato, credo, un'emozione forte a tutto il nostro popolo».

Quanto ha sentito vicina la città, la Sardegna tutta?

«Il modo in cui la piazza si è unita nell'ultimo mese è stato molto bello. Diverso rispetto all'ultima salvezza, alla promozione in A. Un momento incredibilmente particolare».

La gente l'ha incoraggiata, per strada?

«Sì, in tanti sì. Anche se altri mi vedono ancora con grande diffidenza. Faccio quello che faccio con talmente tanta passione ed entusiasmo da pensare di non meritare questa diffidenza. Ma il tifoso va sempre rispettato ed è giusto che abbia le sue opinioni».

Anche i leoni da tastiera?

«No, grazie. I “tifosi”, tra virgolette, frustrati da tastiera non li considero proprio».

Parliamo, ora si può, del nuovo stadio.

«Per qualche settimana, certo, è stato in stand by. Da domani ci rimetteremo mano per capire chi sarà il progettista. Come abbiamo scritto, in pole position c'è “Sportium”, però nelle prossime settimane capiremo se lo vuole fare veramente o se dobbiamo valutare la seconda opzione».

Con gli arbitri com'è andata? Come ha reagito per quel rigore contro nel recupero, con l'Atalanta?

«Devo dire che stavo guardando anche la partita di Napoli, con il Crotone che ha segnato nello stesso istante in cui è stato fischiato il rigore. Ammetto, ho avuto quell'ultimo momento di tensione che poi, per fortuna, è passato subito».

Bello chiudere così, pur soffrendo.

«Sì. Ti dà ancora più entusiasmo per progettare la prossima stagione. E hai anche la lucidità per analizzare gli errori. Ne faremo tesoro».

Joao Pedro?

«L'abbraccio con lui nel corridoio, fuori all'aula, alla fine del processo per doping, credo sia stato il momento più toccante, più bello, nel rapporto tra me e un calciatore in questi quattro anni».

Resterà, Jp10?

«Certo».

Barella?

«Spero anche lui».

Pavoletti?

«Ha quattro anni di contratto».

Vuole dire qualche grazie?

«Due in particolare. Grazie a Cossu e a Dessena. Sono stati determinanti per tenere il gruppo unito, carico».

Il momento più bello?

«So che è banale come risposta, però il fischio finale a Firenze».

Sassolini?

«In tanti, sull'altra sponda del Tirreno, avevano già fatto il funerale senza il morto. Ma il Cagliari è vivo. Più che mai».

Emanuele Dessì

© Riproduzione riservata

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