SPETTACOLI

"Bullied to death": il grido delle vittime dell'omofobia

Amate voi stessi e sarete a posto. Scriveva così Jamey Rodemeyer pochi giorni prima del 18 settembre del 2011.

Ma forse non fu sufficiente. In quel giorno si tolse la vita impiccandosi. Aveva solo quattordici anni e aveva dichiarando di essere gay. Il programma di protezione sociale in cui era stato inserito non servì a placcare la violenza che si scattenò, soprattutto, a commento dei video che il quattordicenne postava per trasmettere messaggi positivi a tutti i ragazzi omosessuali come lui. Morì per la sofferenza. A ucciderlo il cyberbullismo omofobo.

Parte da qui «da una delle tante storie che vorrei fossero conosciute, mai nascoste e insabbiate» il film "Bullied to death" del regista Giovanni Coda.

«È il risultato di due anni di lavoro e sacrifici», ha spiegato il regista cagliaritano subito dopo la prima proiezione lunedì sera al teatro La Vetreria di Pirri. «Siamo riusciti nell'intento di dare un degno erede a "Il Rosa Nudo"».

"Bullied to death" è la seconda parte di una trilogia legata alla violenza di genere che si chiuderà con il femminicidio. «Si parte da un singolo caso per poi affrontarne molti altri». Lo scopo? «Mettere insieme una sequenza di documenti reali di ragazzi e ragazze vittime dello stesso male che li ha portati a perdere la vita negli ultimi quindici anni».

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