SPETTACOLI

Alessio Boni e la metafora del colibrì: da stasera "Il visitatore" al teatro Massimo di Cagliari

alessio boni
Alessio Boni

L a storia del piastrellista («a 14 anni lavoravo con mio padre»), e della vita a San Diego («per mantenermi ho fatto il cameriere, il pizzaiolo, il pony express e il baby sitter») l'ha raccontata tante volte. Così come la storia di quella sera a Roma, in teatro. Tra il pubblico, ad assistere a "La gatta Cenerentola" di Roberto De Simone, c'era anche lui, Alessio Boni. Oggi attore, allora non ancora: «Fu una folgorazione» ammette. Boni, bergamasco, quasi cinquantanni, una lunga gavetta masticando la polvere del palcoscenico, di ruoli ne ha interpretati, e parecchi. Caravaggio, Puccini, Dio nello spettacolo "Il visitatore" (da oggi al Massimo di Cagliari). Ulisse per la televisione. L'indimenticabile Matteo Carati ne "La meglio gioventù" che gli valse il Nastro D'Argento (2003).

Televisione, cinema, teatro, qual è il percorso di Alessio Boni?

«Nella vita di ognuno di noi ci sono incontri, vicissitudini che ti fanno prendere una strada dettata dal tuo carattere. Mi è sempre interessato lanciare un messaggio, lasciare un segno. Il teatro è per me una sorta di terapia di gruppo e se questo accade anche nel cinema hai fatto bingo. Accalappiare il pubblico, tenerlo lì e farlo pensare: è questo il progredire della società occidentale, la forza della cinematografia, della televisione e del teatro».

Il teatro ha una marcia in più?

«Il teatro ha una valenza in più rispetto al mezzo tecnico televisivo e cinematografico. Quella di sentire veramente il sudore, di vedere in carne e ossa l'attore, di vedere negli occhi il pubblico, di sentirlo respirare. Di avere tra le mani il termometro di come va l'Italia. Ecco perché non lascerò mai il teatro, ogni hanno mi dedico a una tournée. È il mio mezzo, attraverso i sospiri, le risate, le attese, gli applausi, per capire il nostro paese».

Il teatro può indirizzare l'uomo e la sua esistenza?

«Pensavamo di stare nell'era in cui nessuno sente più niente, in cui non c'è bisogno di cultura. Non è vero. In questo momento storico di crisi etica dell'Europa si ha bisogno di essere indirizzati culturalmente, si ha bisogno di poesia, di emozioni, di profondità. Per salvare l'etica umana non credo ci si debba avvalere di profitti e perdite, la salvezza di un essere umano viene dall'arte. Il teatro può dettare piccole gemme».

Ha appena fatto ritorno dal Kenya, cosa porta in valigia?

«Una bellissima metafora africana raccontata da un masai. La favola di un colibrì che durante un incendio nella Savana anziché scappare come tutti gli altri animali, vola basso su uno stagno per prendere dell'acqua e buttarla sul terreno. "Io ho fatto il mio" risponde a chi gli dà del pazzo. Ecco, se facessimo il nostro, con sincerità e semplicità, cambierebbe tantissimo. Solo che non c'è più questo pensiero, ci si attacca sempre a quello che farà il prossimo».

Lei fa il suo con il mestiere dell'attore?

«Il mio compito non è fare lo spettacolino per alleviare la serata a qualcuno, far cambiare canale a uno annoiato o far andare al cinema perché fuori piove. No. Un giovane prende spunto dal teatro, dal cinema. Voglio essere questo tipo di attore. Un'attore di valore, non per i soldi o per il successo».

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