POLITICA

Presidenti della Repubblica nel mirino, i precedenti

da sinistra giovanni leone francesco cossiga e oscar luigi scalfaro
Da sinistra: Giovanni Leone, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro

Quella di queste settimane non è la prima crisi istituzionale che vive l'Italia, e non è la prima volta che un Presidente della Repubblica finisce nel mirino per accuse politiche arrivate poi sui giornali, ma che mai si sono concretizzate in un vero e proprio impeachment, previsto dall'articolo 90 della nostra Costituzione, come ventilato nelle ultime ore da Lega e Cinque Stelle nei confronti di Sergio Mattarella.

Il primo caso è stato quello di Giovanni Leone, sesto Capo dello Stato; erano i tempi dello scandalo Lockheed, un giro di tangenti che ha coinvolto mezzo mondo. Di contro, il suo partito - la Dc - secondo molti non aveva fatto nulla di concreto per prendere le sue difese.

Nel 1978 Leone è finito al centro delle polemiche che hanno avuto, come conseguenza, le sue dimissioni. Solo una ventina di anni dopo, i Radicali Emma Bonino e Marco Pannella, tra i principali accusatori, gli hanno rivolto una lettera di scuse, una volta verificata l'insussistenza della vicenda.

Altro caso è quello di Francesco Cossiga che è arrivato a lasciare il suo incarico nel 1992, quando mancavano solo due mesi alla scadenza del mandato.

Il politico sardo era accusato di essere il responsabile di una crisi istituzionale molto grave che poteva sfociare nel cambiamento della forma di governo attraverso percorsi non previsti dalla stessa Costituzione.

La messa in stato di accusa aveva ottenuto i 104 sì dei deputati del Pds e i 44 dei senatori, e 37 no. Ma poi tutto era finito in un nulla di fatto.

Anche Oscar Luigi Scalfaro aveva sbottato in tv con il suo storico "Non ci sto!", mentre parlava della crisi nata a seguito della caduta del governo Berlusconi e l'arrivo di Lamberto Dini. Con Forza Italia che minacciava di far scoppiare una "bomba" istituzionale.

E Giorgio Napolitano è stato accusato di aver tradito la Costituzione da Maurizio Bianconi, deputato Pdl. Era l'estate 2010. Dopo la nota del Quirinale, in cui si diceva che se Bianconi "fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 e relative norme di attuazione", ma alla fine il deputato aveva chiesto scusa.

(Unioneonline/s.s.)

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