POLITICA

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"L'autonomia di Monserrato? Una grande conquista, ma ancora incompiuta"

Marco Badas rievoca quel grande momento politico
marco badas assieme a mario segni (foto badas)
Marco Badas assieme a Mario Segni (foto Badas)

Fino a sei anni fa era solito deliziare i palati dei monserratini con pregevoli tagli di carne. Da dietro al bancone del mercato civico, dove ha lavorato come macellaio fino alla dismissione, scegliendo per sé la via del pensionamento, Marco Badas ha intrattenuto generazioni di clienti con il racconto delle storie più sommerse della sua città e delle battaglie - politiche e sociali - che ne hanno segnato la storia. Membro della Confcommercio, democristiano prima, Pattista (con la lista di Mario Segni è stato eletto consigliere comunale nella prima legislatura di Monserrato autonoma) e Riformatore poi, negli Anni Settanta è stato la voce di un complesso, "I Sentimenti", che andava per la maggiore nei locali del Cagliaritano. Amico di politici influenti, visse la battaglia per l'autonomia amministrativa di Monserrato sul fronte, nelle primissime file del campo di battaglia. Ora, a 69 anni, ne ricorda i principi e prova ad attualizzarne i contenuti, tracciando un giudizio positivo di quell'esperienza, ma non del tutto compiuto per quanto attiene ai risultati.

Badas, che cosa resta della conquista autonomistica a Monserrato? "La soddisfazione di poter fare le nostre scelte senza condizionamenti, ma anche l'incapacità di lottare per la rivendicazione della Piana di San Lorenzo, tra l'altro vincolata da usi civici".

E qual è l'aspetto positivo che ancora resta di quella battaglia? "Poterci autodeterminare è stata una conquista che i nostri padri attendevano dal 1928, quando ci fu l'annessione di Monserrato a Cagliari decisa de imperio da regime fascista. Fu una dura battaglia: più che politica, campanilistica. Dettata da Cagliari per impossessarsi dei 400 ettari della Piana di San Lorenzo, territorio di particolare pregio e valore alle porte del capoluogo, e scaricare su Monserrato insediamenti abitativi senza servizi. La vera guerra era nata in seno ai partiti legati ai potentati cagliaritani. E la Dc monserratina non era immune da questa disputa: basti pensare che nella cittadina c'erano due sezioni in competizione tra loro. Con l'autonomia si è riusciti a parlare la stessa lingua. A unificarle. Insomma, fu senz'altro una battaglia di principio. Ma fu soprattutto una guerra di interesse da cui tutte le parti in causa, in qualche modo, hanno tratto dei vantaggi".

Quando pensa al 21 aprile del 1991 che cosa prova? "Una grande emozione. Fu un plebiscito. Le campane della chiesa di Sant'Ambrogio, azionate dal parroco don Mario Secci, suonarono a festa per annunciare alla popolazione la conquista".

Come nacque la rivendicazione autonomistica? "Nel 1978, quando a Cagliari il sindaco era il socialista Salvatore Ferrara, ci fu un esproprio in zona Su Mulinu, dove era sempre stata negata ai proprietari di piccoli appezzamenti la possibilità di costruire la casa per i loro figli. Ne venne fuori una rivolta, con una vera e propria occupazione dell'area per impedire l'esproprio. Dopo quei fatti la Dc, e in particolare Eudoro Fanti, monserratino, già sindaco di Cagliari, incaricò il presidente delle Acli Pierpaolo Cabras di formare un comitato esplorativo per l'autonomia. Il comitato però prese forma con la figura di Gigi Dessì, storico e compianto segretario di sezione democristiana. Oltre a una parte del partito e alle Acli, sposarono la strada della rivendicazione anche le associazioni sportive, quelle culturali con in testa la Pro Loco e la nascente associazione Giuseppe Verdi. Non tutti videro di buon occhio questa presa di posizione contro Cagliari: oltre al Pci e al Msi, c'era anche una fetta consistente della Dc monserratina. Tuttavia, col tempo, si riuscì a fare sintesi e, dopo tante trattative, si aprì ai partiti ad esclusione del Msi: fu la giocata vincente".

Marco badal al mercato civico di Monserrato (foto Badas)
Marco badal al mercato civico di Monserrato (foto Badas)

La battaglia durò per tredici anni.

"Alla presidenza si alternarono quasi tutti i segretari di sezione. Oltre a Gigi Dessì, ricordo il sardista Augusto Spano e il repubblicano Franco Tinti. Altre due persone che vanno ricordate per aver dato un forte impulso alla formazione del comitato sono il comunista Stefano Dessì, che fece parte della commissione paritetica, e il segretario socialista Michele Calledda".

Quale ruolo ebbero le correnti dei partiti? "Ci fu una continua ostruzione, parlo della Dc. Io, Gigi Dessì e Bruno Spada facevamo parte del comitato provinciale. Lì il potere cagliaricentrico era tangibile e, chissà perché, non eravamo visti di buon occhio. Gli stessi amici di cordata a parole sostenevano la nostra rivendicazione, ma nei fatti la osteggiavano".

A prescindere dall'appartenenza e dagli steccati ideologici, eravate tutti amici, giusto? "La vecchia guardia della politica, a tutti i livelli, e quindi anche a Monserrato, si basava su valori e ideologia. Aveva rispetto dell'avversario, sapeva distinguere tra la sfera politica e quella umana. Ce ne potevamo anche dire di tutti i colori, poi si andava a cena tutti insieme".

Il primo sindaco di Monserrato, Giuseppe Marras, fu democristiano. Poi Tonio Vacca ha inaugurato una lunga serie di gestioni di centrosinistra, giusto? "Nonostante non mi trovai d'accordo con loro su alcune loro scelte, sono stati e restano due galantuomini". L'area civica moderata è tornata in auge con Tomaso Locci. A prescindere dai rapporti personali, qual è il futuro di Monserrato nell'area vasta? "L'amministrazione in carica infatti non c'entra. Parlo in generale: è forte il rischio di una gestione cagliaricentrica. Assieme ad alcuni amici delle ex frazioni, Cenzo Vargiu di Quartucciu e Mariano Dore di Elmas in particolare, ci stiamo attivando affinché i consiglieri metropolitani dei piccoli comuni vadano oltre i colori dei partiti di appartenenza per vigilare su eventuali azioni che potrebbero ledere gli interessi delle proprie comunità".

Rifarebbe quella battaglia? "Quando, in circoscrizione, si discuteva in prospettiva dell'autonomia, circolavano tante belle idee. Una delle tante era la realizzazione del Puc, con l'insediamento della Cittadella universitaria e la creazione di quei servizi essenziali, come le strutture ricettive per studenti e parenti dei pazienti ricoverati al Policlinico. Alle parole, purtroppo, non hanno ancora fatto seguito i fatti".

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