POLITICA

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"Dopo il Big Bang della politica, la paura della grande gelata", il commento di Mario Sechi

Si chiude un biennio di grandi cambiamenti internazionali. Cosa dobbiamo aspettarci ora?
mario sechi
Mario Sechi

Il 2018 si sta spegnendo e chiude un biennio di straordinario cambiamento.

Il Big Bang è cominciato nel maggio del 2016 con la Brexit; è proseguito in novembre con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca; si è allargato all'Italia con il crac di Matteo Renzi nel referendum costituzionale di dicembre; si è proiettato nel 2017 con l'ascesa di Emmanuel Macron alla guida della Francia; ha certificato l'instabilità della Germania con un voto zoppo per la Cdu-Csu e la Spd alle elezioni federali e l'ingresso della destra nazionalista di AfD nel Bundestag per la prima volta dal dopoguerra; ha accelerato il passo con la rivoluzione del voto del 4 marzo 2018 in Italia, ha travolto il quieto vivere della socialdemocrazia in Svezia (ancora senza governo, dal settembre scorso), ha messo la Germania di fronte alla crisi del format della Grosse Koalition nelle elezioni regionali in Baviera e in Assia, dettando alla Cancelliera Angela Merkel la rinuncia a guidare il partito e - prima volta nella storia - scegliere al ballottaggio il suo successore al vertice della Cdu.

Siamo di fronte a shock di enorme portata nel quadro dell'Occidente ai quali vanno aggiunti la tessera Euroasiatica con il poker di Putin in Russia e il suo quarto mandato presidenziale; l'intarsio medio orientale con la crisi della Turchia islamista di Erdogan, paese cerniera tra Europa e vicino Oriente; le tensioni crescenti tra Arabia Saudita e Iran con una guerra aperta e un disastro umanitario di cui non parla nessuno in Yemen; l'eterna transizione della Libia, dove si misura direttamente l'interesse nazionale dell'Italia.

Infine, il titanico scenario orientale con l'impero celeste di Xi Jinping in Cina, un presidente al quale l'ultimo congresso del Partito comunista cinese ha dato la facoltà di restare al potere finché lo vorrà; il ritorno sulla scena del Giappone di Shinzo Abe e la corsa industriale dell'India nel Sud Est Asiatico.

La complessità di questo scenario è oggi immensa perché il mondo dal crollo del Muro di Berlino (1989) a oggi è paradossalmente più instabile rispetto ai tempi della Guerra Fredda, tanto che l'avanzata della democrazia e della globalizzazione è in fortissimo rallentamento. Il 2018 chiude un capitolo importante di questa storia, mentre il 2019 sarà un nuovo inizio, in particolare in Europa dove a maggio si vota per il Parlamento di Strasburgo. All'orizzonte - comunque vada a finire - c'è un altro shock.

TRE SCENARI - Gli scenari possibili sono tre. 1) Una vittoria dei partiti nazionalisti, con conseguente fine delle cessioni di sovranità degli Stati all'Europa e ridefinizione di tutto il quadro di potere e delle politiche della Commissione Ue, l'organo di governo. 2) Una tenuta dei partiti popolari con due esiti finali sul tavolo delle opzioni: un'alleanza tra il Ppe e ciò che resta del Pse, più altri spezzoni di riformismo in caduta libera, oppure una nuova formula di governo tra Popolari e Populisti, un blocco neo-conservatore, spostato a destra, per ripensare l'Unione, tornare all'originario progetto. 3) Un Parlamento "appeso", dove le maggioranze sono risicate, l'instabilità è alta e il risultato finale è quello del non-governo e dell'implosione finale.

La campagna elettorale europea è appena cominciata e su di essa incombe subito, nei primi giorni di gennaio 2019, il voto del Parlamento inglese sulla Brexit, il trattato tra Bruxelles e Londra che regola l'uscita del Regno Unito dall'Europa. Se Westminster dovesse dire no, saremmo di fronte a uno scenario di No Brexit, una terra sconosciuta, un viaggio in un luogo senza mappe.

NEGOZIATO DIFFICILE - In questo scenario abbiamo ulteriori elementi da tenere presenti, prima di tutto quello dell'Italia. Il negoziato del governo con la Commissione Ue sul bilancio è tutt'altro che chiuso, portare il deficit dal 2.4 per cento al 2.04 per cento significa fare una correzione di circa 7 miliardi, cioè rinunciare a qualcosa che non sono i "decimali" di cui parla Di Maio credendo di fare origami dei numeri reali. La manovra è da riscrivere. La correzione potrebbe addirittura non essere sufficiente, perché se il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker - con sano realismo - è favorevole a chiudere subito la partita con Palazzo Chigi, gli altri due pezzi da novanta della commissione europea, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, fanno la faccia feroce, e continuano a dire che il taglio è insufficiente. Moscovici cerca di mettere un velo allo sforamento della Francia, Dombrobskis pensa al rigorismo dei paesi del Nord. Vedremo come andrà a finire.

SEPARATI IN CASA - Quello che invece è chiaro sul piano della politica interna è la netta separazione tra Cinque Stelle e Lega sui temi dell'industria e dell'innovazione, il cuore del problema. I grillini inseguono l'isola di Utopia, un'Arcadia dove l'uomo si nutre senza produrre scorie e tutti sono beati in diretta social, mentre i leghisti sono figli del pragmatismo lumbard che misura il ferro e pesa il cemento. Il partito di Di Maio con la sgangherata idea di un'ecotassa sulle auto a idrocarburi e un incentivo sulle auto elettriche e ibride ha messo il gruppo Fiat-Chrysler - che aveva annunciato 5 miliardi di investimenti in Italia - nelle condizioni di dire "se il quadro è questo, tutto è in discussione".

È surreale che i pentastellati abbiano ipotizzato un provvedimento su un settore che è all'origine della protesta dei gilet gialli in Francia, un pericolo mortale per il Presidente Macron. Per soprammercato, il Movimento 5Stelle ha imposto uno stop alla ricerca di idrocarburi in Basilicata (regione dove tra l'altro è presente FCA con la fabbrica di Melfi, dunque esposta a un potenziale doppio shock) e dato il via libera a un ingresso dello Stato nel capitale di Alitalia, la compagnia aerea che finora ai contribuenti è costata oltre 7 miliardi di euro di interventi straordinari.

PARADOSSI PERICOLOSI - Siamo così giunti al paradosso di un governo che alimenta spesa corrente, fa interventi diretti nel capitale delle aziende, ma è ostile a quegli investimenti in reti e infrastrutture senza i quali è destinato a fare crac. Di fronte a tutto questo la Lega oggi non apre una crisi di governo, cerca di consolidare il suo consenso, ma la domanda sul taccuino è automatica: quanto può durare?

Qui torniamo alla casella di partenza, è il gioco dell'oca della politica che corre sul gameboard globale. Se dovesse arrivare la recessione - cosa probabile - Matteo Salvini si troverebbe nella scomoda condizione di doversene intestare una parte e pagarla tutta. Egli confida che una manovra di spesa possa compensare l'esecutivo con una crescita del Prodotto interno lordo, ma non solo non c'è alcun automatismo, manca proprio il supporto degli agenti esterni, cioè della crescita su scala mondiale.

SPACE INVADERS - La schermata del videogame sovranista del giugno scorso è sparita, sul monitor ce n'è un'altra molto più difficile da superare, con un sacco di marzianetti che ti bombardano, ostica come quelle del mitico Space Invaders. È sempre il grande quadro a dominare. Il numero delle vendite al dettaglio in Cina (+ 8,1 per cento, potete immaginare di che grandezze stiamo scrivendo) è il più basso degli ultimi 15 anni, la produzione industriale (+ 5,9 per cento) è la peggiore degli ultimi 33 mesi, un segnale chiaro del raffreddamento rapido della crescita, nonostante lo stimolo del governo all'economia con l'iniezione di liquidità nelle banche e un piano di spesa pubblica per le infrastrutture.

I TRE TITANI - Cina. Grandi numeri. Grandi problemi. Quanto all'altro titano, l'America, la manifattura gode di buona salute, ma Wall Street (polmone finanziario dello sviluppo e del risparmio americano) ha già cominciato una robusta correzione di rotta dei prezzi azionari. Infine la Germania, cuore della produzione europea, ha una crescita poco più che piatta e la Francia è in preda a una crisi istituzionale con Macron che è pronto a sfondare il muro del deficit al 3 per cento. E l'Italia dovrebbe superare questo mare in tempesta con Di Maio e Toninelli al timone della decrescita infelice? Dov'è il salvagente? Dite che a lungo termine matureranno e diventeranno forza di governo? Forse, ma come diceva John Maynard Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti.

È in questo quadro che va fatta un'analisi sulla speranza di vita del governo. Può continuare l'avventura, ma il prezzo da pagare è alto, soprattutto per la Lega. Evaporata la crescita, a Palazzo Chigi rischiano di imbarcare l'acqua gelata della recessione.

TOTALE INCOSCIENZA

A Di Maio interessa il reddito di cittadinanza, i Cinque Stelle hanno una base identitaria che non si cura di cosa c'è là fuori perché non è investita dal problema della concorrenza, della competizione, del mercato, cercano reddito disponibile subito; ma per Salvini è un'altra storia, deve rispondere al suo elettorato che in buona parte è ceto imprenditoriale del Nord e non solo. Sono elettori che non vivono di assistenza, ma di produzione e lavoro. Se chiudono l'attività, non andranno a chiedere il reddito di cittadinanza, ma diranno a Salvini di rompere l'alleanza e andare al voto anticipato. Vivremo un 2019 interessante. Forse troppo.

Mario Sechi

Giornalista, direttore di "List"

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