Nella sua recente e ultima audizione alla commissione Economia del Parlamento europeo, il presidente uscente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, ha ribadito, con l'autorità che gli deriva dal prestigio per il grande successo della politica monetaria espansiva della stessa Bce, quale debba essere la corrispondente politica fiscale dei governi europei che risulti complementare alla prima per far ripartire la crescita del Pil in Europa.

In breve, secondo Draghi, occorrono più investimenti di stimolo per l'economia nei Paesi con ampio spazio fiscale e maxi-surplus commerciali, come la Germania e l'Olanda, e politiche di bilancio prudenti, accompagnate da riforme strutturali, per quelli con alti debiti, come l'Italia. Draghi ha quindi auspicato un'azione più incisiva di Bruxelles per spingere i singoli Paesi ad azioni differenziate e più incisive a favore della crescita, ricordando anche che le regole di bilancio della zona euro hanno funzionato per evitare l'accumulazione del debito, ma non sono abbastanza efficaci nelle fasi in cui servono interventi anticiclici.

Più politiche espansive, dunque, da parte della Germania e dell'Olanda. All'Italia, invece, oltre al mantenimento del rigore di bilancio, quindi una politica rigorosa di controllo del deficit spending, Draghi ha raccomandato un maggiore impegno nelle riforme strutturali a favore della crescita, come aumentare la concorrenza, riformare il sistema giudiziario e dell'istruzione e favorire la ricerca.

Il governo è orientato ad accogliere favorevolmente i consigli di Draghi, assecondando una politica fiscale moderatamente espansiva, che nel suo insieme può essere sintetizzata da un obiettivo di deficit per il 2020 dell'ordine del 2% del Pil, entro cui far rientrare anche la disattivazione, totale o solo parziale, del previsto aumento dell'Iva.

La spesa in deficit formalmente può essere finanziata in due modi: col prestito monetario della Banca centrale a favore del Tesoro (oggi vietato dalle regole Ue) o con la vendita sul mercato di nuovi titoli pubblici, che genera un aumento del debito. Ogni governo è tentato di spingere al limite il ricorso al deficit spending, perché in tal modo beneficia del maggiore consenso elettorale dovuto all'aumento della spesa, senza subire gli effetti negativi dovuti all'aumento delle tasse sui cittadini. Questi s'illudono che la maggiore spesa cada come la manna dal cielo, senza costi per nessuno.

Si tratta invece di una pia illusione, che i politici di turno sfruttano elettoralmente, perché in realtà il costo da pagare arriverà sempre e comunque, e a pagarlo saranno gli stessi cittadini. Nell'esperienza concreta italiana, i continui deficit spending degli anni '80 (pari ogni anno al 10-12% del Pil) portò il Paese sulla soglia del default, per evitare il quale il governo Amato nel 1992 fece due manovre (tra giugno e settembre) pari complessivamente all'8% del Pil, che oggi equivarrebbero a circa 160 miliardi di euro.

I successivi governi, in particolare quelli di Prodi e Ciampi, per evitare il ripetersi di nuovi rischi di default, si adoperarono con successo per far entrare l'Italia nel club dei paesi promotori dell'Unione monetaria europea (Ume), nella giusta convinzione che i vincoli europei posti a presidio del buon funzionamento dell'euro avrebbero indotto i successivi governi al rispetto delle regole europee (deficit annuali sotto il 3%, rientro dal debito eccessivo).

La convinzione di allora era che solo un “vincolo esterno” da rispettare obbligatoriamente avrebbe potuto indurre i governanti italiani a un comportamento più virtuoso. Ciò avvenne effettivamente nei primi anni di funzionamento dell'Ume, i soli in cui il rapporto debito/Pil fu effettivamente ridimensionato dal 121% nel 1996 al 103% nel 2007. Ora si ripropone un problema di affidabilità finanziaria internazionale dell'Italia, coi vincoli europei che fungono da garanzia per i mercati. Ecco perché quel numeretto del deficit al 2% del Pil costituirà la stella polare per la nuova legge finanziaria del 2020.

BENIAMINO MORO

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI
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