CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

CAGLIARI

Vivere nella polvere, dove la luce non c'è e le vie sono sterrate VIDEO

La prima parte dell'inchiesta sulle condizioni di vita nei quartieri popolari del capoluogo

Dai tetti di Sant'Elia si vede il paradiso: basta spingere lo sguardo più in là, dove cielo e mare si uniscono e l'orizzonte sembra infinito. Sotto, però, tra le auto abbandonate, le buche scavate dai topi, i brandelli di cemento e i sacchi di spazzatura a ogni incrocio, il paradiso è molto lontano. Un asilo bruciato, una scuola primaria, sei pensiline Ctm ridotte a un palo, quattro linee del bus, l'ufficio di collocamento, lo sportello dell'Inps, la circoscrizione e neppure l'ombra di un presidio sanitario. Ecco cos'è questo rione dove il parco dei bimbi è un cerchio polveroso con quattro cavallucci a molla e un'altalena arroventata dal sole.

In casa

Il Favero, un complesso di edilizia popolare costruito negli anni '70 ha oltre mille appartamenti divisi tra le piazze Falchi, Demuro e Lao Silesu. Qui c'è un cuore di sterpaglie, un rettangolo sul quale guardano come tante bocche sdentate le finestre del Bronx. Poi sono arrivati Le Lame (433 alloggi), Le Torri (460) e gli Anelli (342). «Cosa manca? Tutto ci manca. Non c'è illuminazione pubblica, non ci sono le strade, non abbiamo marciapiedi, nessun servizio, poche scuole, niente ambulatori e spesso le fogne saltano e riempiono di schifo tutto intorno». Gabriella Paderi, 58 anni, è ben felice di fare da guida del quartiere. Va su e giù per le scale dei palazzi del Favero, saluta i vicini e mostra tutto quel che non va. Tre mesi fa gli operai di Area hanno completato i lavori all'interno di alcuni appartamenti: qualche bagno rifatto, un pavimento nuovo per le passerelle esterne e più di un impianto elettrico infilato dentro bacchette che corrono sulle pareti annerite di muffa. Manutenzione ordinaria e straordinaria come una mano di trucco che non basta a cancellare il degrado. «Li ho chiamati sei anni fa per un lavandino otturato e ancora non si è visto nessuno», Filomena Piseddu, 80 anni tra qualche mese, vive col figlio disabile all'interno 3 del civico 2 di piazza Falchi. «Per non far entrare i topi da un buco in cucina ho messo due bottiglie di vetro rotte e un po' di cemento». Qualche danno all'esterno sono riusciti a farlo lo stesso: tra due palazzi che sembrano uno c'è un'intercapedine dove corrono cavi e tubi. «Qui c'era uno strato di polistirolo e se lo sono mangiato i topi», spiega Pino Copas venuto con la moglie nel Natale del 1979. «Abitavamo nella zona vecchia, vicino alla chiesa e ci avevano detto che era una soluzione provvisoria. Dopo quarant'anni siamo qua, mentre là le cose vanno meglio».

I numeri

I dati dell'ultimo atlante demografico del Comune dicono che a Sant'Elia vivono 6.433 residenti: 1.241 al vecchio borgo e 5.192 nel nuovo. Ma tutti sanno di essere molti di più. «È un errore, siamo almeno 15mila». La frontiera invisibile tra il vecchio e il nuovo borgo («Sant'Elia di serie A e di serie B» dicono da piazza Demuro), è all'altezza del civico 51 di via Schiavazzi, la strada principale del quartiere che ospita un supermercato, l'unica farmacia, una macelleria che però ha la serranda abbassata e qualche circolo. Girando a destra si entra nella zona degli Anelli. Le case di via Utzeri hanno facce diverse: dove corre l'asfalto che porta alla rotonda verso il centro città i palazzi a tre piani sono edifici qualunque. Basta girarci intorno per scoprire l'altra metà del blocco: buche rattoppate con vecchie tegole su uno sterrato senza uscita dove le auto devono schivare un televisore capovolto in mezzo alla strada, scarpe da tennis che sembrano piovute dal cielo e i soliti sacchi di spazzatura che in una giornata di caldo da togliere il fiato attirano nuvole di mosche in cerca di cibo. «Non si può vivere così, devono fare qualcosa. Ripartire dalla pulizia che dà benessere», dice Marco Cuomo sull'uscio del bar Vecchio borgo dove ogni mattina i pensionati si ritrovano per una mano di "Scialandrone", in quattro attorno al tavolo di plastica dove impilano tappi di Ichnusa come fossero fiches .

La strada fantasma

«Questa strada un nome non ce l'ha perché in realtà non esiste». La strada è la discarica diffusa sulla terra dura: il Comune non può intitolarla a nessuno perché ufficialmente è uno spazio verde, ma lo spazio verde non si può realizzare perché nella realtà questo è il viale di accesso alle case. «Al piano di sopra gli appartamenti di Area, sotto la proprietà è del Comune ma molti non sono registrati». Anche questo pezzo di Sant'Elia ha il suo parco giochi. «Un parco? Io mio figlio lì non lo porto: è uno schifo. Ci mettiamo in macchina e andiamo a Cagliari», dice un ragazzo arrivato da Monserrato per raggiungere la nuova compagna. "Vado a Cagliari" è la frase che dicono tutti, come questa fosse una realtà a parte. «È come un paese, se qualcuno ha bisogno noi ci siamo», è la teoria di Gabriella Paderi. «Le scale del palazzo le pulisce chi è messo peggio. Metà dei soldi li tiene per sé, gli altri per il condominio. Ma facciamo a turno, perché qui di poveri ce ne sono troppi».

Mariella Careddu

(1- continua)

© Riproduzione riservata

COMMENTI


UOL Unione OnLine

Più Letti
Loading...
Caricamento in corso...