CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

Dalla prima pagina

Quei sindaci samurai: l'editoriale del direttore

"Il Municipio è l'ultimo avamposto di uno Stato canaglia, inaffidabile. E anche la Regione spesso appare un puntino lontano"
emanuele dess (foto l unione sarda max solinas)
Emanuele Dessì (foto L'Unione Sarda - Max Solinas)

Aggrappati alla vita. Sì, perché per un piccolo paese la scuola, le poste, la banca o la guardia medica sono vita. Sono la vita. Il sindaco, cintura nera di pazienza, è l'ultimo dei samurai in un impero che ignora la periferia. Il Municipio è l'ultimo avamposto di uno Stato canaglia, inaffidabile. E anche la Regione spesso appare un puntino lontano.

Emiliano Deiana, presidente in Sardegna dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani ma, prima ancora, sindaco di Bortigiadas, non l'ha mandato a dire, esaminando le ragioni della sconfitta del centrosinistra il 24 febbraio. Quanti paesi hanno perso classi in cambio di uno scuolabus? Quanto ha pesato il ridimensionamento dei piccoli ospedali senza, prima, creare una reale medicina del territorio? Ecco, interpretando il pensiero del presidente dell'Anci, se Matteo Salvini ci ha messo del suo, il centrosinistra ha fatto altrettanto. Da qui si dovrà ripartire per non ripetere gli errori. Non tanto per assicurare un altro mandato per se stessi e per gli alleati di turno (la si veda dal centrodestra o dall'altra parte), quanto per dare risposte ai sardi che vorrebbero continuare a vivere a Sennariolo, a Bultei, a Gadoni, a Gonnoscodina.

Non sorprende, allora, come raccontiamo con Piera Serusi a pagina 7, se gli amministratori locali si fanno in quattro per garantire un tetto (ma anche la luce, il riscaldamento, la manutenzione...) per quegli uffici pubblici (centri per l'impiego, Inps, guardia medica, sportelli dell'agenzia Laore...) la cui presenza è direttamente proporzionale all'esistenza in vita del paese stesso.

Paesi rassegnati ad avere, per ragioni economiche, segretari comunali a scavalco. Ma anche parroci, in questo caso per crisi di vocazioni. Problema che, speriamo, non coinvolga ancora una volta anche i potenziali candidati alla carica di sindaco. A fine maggio noi sardi ne dovremmo eleggere 29. E se per Cagliari, Sassari, Alghero, Monserrato, Sinnai, Tortolì, Bosa e Castelsardo è già evidente che il problema non c'è, la speranza è rivolta ad altre realtà. Come quelle che, lo scorso maggio, avevano tenuto chiusi i seggi elettorali proprio per crisi di vocazioni. E così a Putifigari, Ortueri, Magomadas, Austis e Sarule è il commissario a pianificare l'arrivo di un successore democraticamente eletto. Speriamo che prevalga il senso di appartenenza e che sotto ogni campanile si possa poter scegliere o quanto meno si possa poter votare per una donna o per un uomo che ha deciso di mettersi a disposizione della sua comunità. E speriamo che quel giorno (domenica 26 maggio) ci sia una Giunta regionale con pieni poteri e capace di ascoltare la voce dei sardi. E un Consiglio regionale che abbia già dato mandato alla commissione Autonomia di mettere mano alla legge elettorale che la paralisi ha generato. Senza che questo, però, tolga alibi a chi lo scrutinio ha gestito. Male, molto male. In troppi seggi e nei passaggi di mano. Un voto tira l'altro (il riferimento è in particolare al capoluogo) ma, in questo clima, c'è già da dire grazie a quanti stanno anche solo pensando di andare a votare. Lo facciano per i loro samurai, cintura nera di pazienza. E di buona volontà.

Emanuele Dessì

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