CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

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Il dovere di ricordare: il commento di Carlo Figari

La tragedia della Shoah e la storia di Kazik, il nome di battaglia di Simcha Rotem, ultimo sopravvissuto del ghetto di Varsavia
carlo figari (foto l unione sarda)
Carlo Figari (foto L'Unione Sarda)

Lo scorso dicembre in Israele è morto all'età di 93 anni Simcha Rotem, l'ultimo sopravvissuto degli eroi del ghetto di Varsavia. Nome di battaglia Kazik, aveva 17 anni quando tra aprile e maggio del 1943, con un manipolo di giovani, per dieci giorni tenne in scacco le SS naziste.

Armati solo con qualche pistola e di bombe molotov, erano appena 220 militanti dell'Organizzazione ebraica combattenti creata nel ghetto per un'impossibile rivolta contro i nazisti che avevano dato il via all'operazione finale. L'ordine era di uccidere sul posto o deportare tutti gli ebrei che, a decine di migliaia, rastrellati da ogni parte della Polonia, venivano rinchiusi nel quartiere della capitale circondato da un muro e filo spinato. In breve dovevano essere trasferiti nel lager di sterminio. E il ghetto distrutto, come ci mostra lo straordinario film "Il pianista" di Roman Polanski. Ma con grande sorpresa le SS trovarono una resistenza impensabile che li costrinse a chiedere l'intervento dei carri armati e dei lanciafiamme per avere ragione di quei coraggiosi rivoltosi.

La battaglia si concluse con il massacro di quasi tutti i combattenti e lo sterminio di mezzo milione di ebrei. Gli ultimi rimasti nel bunker di via Mila 18, con in testa il leggendario comandante Mordechai Anielewicz per proteggere la fuga dei compagni nelle fogne del ghetto, si suicidarono. Solo una decina riuscì miracolosamente a mettersi in salvo, dileguandosi nella foresta.

Tra questi il celebre Marek Eldeman che nel dopoguerra diventerà medico, politico scomodo per il regime comunista e uno dei leader di Solidarnosc. Fu lui a raccontare in alcuni libri l'epica ribellione del ghetto. Al suo fianco si batté Simcha Rotem che volle tornare a Varsavia nell'aprile del 1944 per partecipare anche all'insurrezione della capitale. Dopo la guerra emigrò nel nascente stato di Israele dove trascorrerà il resto della vita.

L'anniversario della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, è il 74mo dalla liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa. Ogni anno, dall'istituzione per legge della ricorrenza, serve a ricordare la tragedia della Shoah, ma anche a ritrovare le verità nascoste da vinti e dai vincitori.

La scomparsa di Simcha Rotem ci porta a ricordare una delle pagine più terribili dello sterminio perché la rivolta del ghetto fu oscurata durante mezzo secolo di regime comunista: nessun monumento e celebrazione, solo qualche foto nel museo della Città di Varsavia. Su tutto i silenzi delle complicità e dell'avversione degli stessi polacchi.

Nell'aprile del 1993 mi trovavo a Varsavia quando l'hotel Marriott si affollò di decine di turisti provenienti da Stati Uniti, Canada, Australia e Israele. Notai alcuni di loro con il numero stampato sul braccio. Erano i superstiti dai lager nazisti che tornavano nella loro terra di origine dopo mezzo secolo.

Per la prima volta nella città, poco distante dalla zona di via Mila 18 dove si era consumato l'ultimo atto della rivolta, sventolavano le bandiere con la stella di David e la piazza si riempì di anziani reduci e di giovanissimi israeliani invitati dal nuovo governo democratico. Venne scoperto il monumento agli "Eroi del Ghetto", la Polonia e il mondo rendevano onore alle migliaia di morti a lungo dimenticati dalla storia. C'era anche Marek Edelman. Durante un incontro disse: "Che cos'era il ghetto? Certo, l'anticamera della morte. Ma ci si dimentica, o si ignora, che anche nel ghetto ci si innamorava, si litigava, si faceva politica, si sognava. Si sperava in un avvenire, addirittura".

Le sue parole di allora sono il messaggio della ricorrenza di ogni 27 gennaio. Le storie di Kazik e di Edelman sono testimonianze esemplari riguardo a una tesi negazionista che vuole semplificare l'Olocausto partendo dalla colpevolizzazione delle vittime. La maggior parte degli ebrei, è vero, si fece portare al macello per l'impossibilità di reagire o fuggire, illudendosi di credere a una mostruosità inimmaginabile come lo sterminio pianificato. Ma ci fu anche chi ebbe il coraggio di dire no combattendo sino all'ultimo respiro.

Carlo Figari

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