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"Bassa fedeltà", la politica al tempo dei social media

Nel libro di Nello Barile un'analisi dell'evoluzione dell'elettorato con i nuovi canali di comunicazione
nello barile (foto ribessappa)
Nello Barile (foto @RibesSappa)

Pochissimi manifesti per le strade, comizi ridotti al minimo, tribune elettorali oramai finite in solaio tra le cose vecchie. Insomma, anche questa campagna elettorale per le imminenti europee sta mostrando come la comunicazione tra leader politici ed elettorato sia cambiata profondamente nei modi e nel linguaggio rispetto a un passato neanche poi così lontano, se pensiamo alle sfide televisive tra Berlusconi e Prodi datate poco più di un decennio.

Oggi la nuova politica la si fa sui social media, sempre più ambienti comunicativi in cui si riconfigurano identità e relazioni sociali anche per quanto riguarda il linguaggio politico. Siamo quindi di fronte a un cambiamento epocale nell'ambito della comunicazione, un cambiamento che troviamo al centro del saggio "Politica a bassa fedeltà" (Mondadori Università, 2019, pp. 202). Autore del volume è il sociologo dei media Nello Barile, a cui chiediamo subito cosa si intenda per bassa fedeltà nell'ambito della comunicazione tra leader politici ed elettori:

"L'espressione 'bassa fedeltà' indica prima di tutto lo sgretolamento dei legami che fino a qualche tempo fa tenevano uniti gli elettori ai propri politici di riferimento. Oggi le antiche fedeltà che hanno reso per molto tempo abbastanza prevedibili gli esiti elettorali non esistono più, si sono dissolte. In risposta alla perdita di fedeltà degli elettori e per recuperare credibilità i politici si sono dovuti trasformare in brand, hanno investito soprattutto sulla loro immagine e si sono sintonizzati sulle posizioni dei loro elettori. Per far questo hanno cominciato a comunicare a ‘bassa fedeltà’, cioè con una qualità inferiore rispetto a un tempo e con un linguaggio simile a quello degli elettori: impreciso, non troppo approfondito".

La copertina del libro
La copertina del libro

Questo tipo di linguaggio è una conseguenza dell’affermazione di populismi?

"Oggi questo tipo di comunicazione è sicuramente praticata dai leader populisti, però si è affermata già negli anni Novanta del Novecento quando i politici più che su una leadership basata sulle idee, sui progetti, cominciarono a puntare sull’immagine che riuscivano a trasmettere, sull’empatia e il senso di autenticità che li faceva entrare in sintonia con gli elettori, oramai simili a follower. Se ci pensiamo i social, twitter, i filmati fai-da-te appositamente postati sono tutti strumenti largamente utilizzati da Matteo Renzi".

Questo nuovo modo di comunicare è conseguenza della crisi profonda della politica?

"Non precisamente. È il decadimento del linguaggio politico che ha innescato la crisi della politica. Il linguaggio è quindi causa dello sgretolamento della politica, non una conseguenza. L'uso della retorica, degli attacchi personali per delegittimare gli avversari, la demonizzazione della controparte hanno portato alla crisi attuale. Sono però metodologie linguistiche che non appartengono solo ai populismi e non sono conseguenza dell'affermazione delle formazioni populiste. Questo tipo di linguaggio si è già affermato da tempo e il populismo è parte di una profonda trasformazione nella concezione della democrazia che è già in atto. Per capire cosa sta veramente succedendo bisogna quindi provare ad analizzare le dinamiche della politica e della democrazia senza pregiudizi e senza accusare il populismo di ogni cosa che accade".

Questa comunicazione a bassa fedeltà instaura un circolo unicamente vizioso tra leader ed elettori? Oppure nasconde della virtù?

"Sono presenti entrambi gli aspetti. Si instaura un circolo vizioso perché oggi non si vuole più guidare l'elettorato. Lo si asseconda. Quando più di vent'anni fa il leader britannico Tony Blair incontrò Clinton negli Stati Uniti, il presidente americano affermò chiaramente che non aveva molto senso provare a far cambiare idea agli elettori. È più semplice dar loro quello che cercano. I populisti calcano la mano in questo atteggiamento e risultano così molto rassicuranti. Chiaramente non c'è più crescita pedagogica, maturazione nell'elettorato e neppure nel dibattito politico. E i leader si rispecchiano semplicemente nelle convinzioni degli elettori".

E le virtù?

"Inutile negare che il linguaggio della politica si è avvicinato ai cittadini, è entrato più a contatto con la quotidianità degli elettori. I leader politici possono acquisire maggiore consapevolezza dei bisogni della società e agire di conseguenza. Questa vicinanza tra elettori e leader non è per forza deleteria ma può portare anche alla rigenerazione del linguaggio politico, alla nascita di una nuova politica".

Come dovrebbe essere la politica per stare al passo coi tempi?

"Il punto è che la politica deve provare a comprendere e contenere le ragioni del populismo, un atteggiamento magari irrazionale, viscerale, ma che nasce come reazione alla tecnocrazia, agli eccessi della globalizzazione e della tecnologia. La nuova politica deve quindi tenere conto degli stili comunicativi propri del populismo. Naturalmente molti analisti pensano che il populismo porti allo scardinamento degli argini eretti dalle democrazie liberali e che una volta scardinati questi argini si vada verso un neo-autoritarismo. A mio parere il rischio è più forte se si demonizza il discorso populista, se non si cerca di capire. Ci sono le possibilità per contenere determinate derive e nascono dall'analisi delle dinamiche in atto, non dalla loro condanna a priori".

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