CULTURA

#Dialogocongliscrittori: La Maledetta Serpe che sognava la corona d'Italia secoli prima dei Savoia

la copertina di maledetta serpe
La copertina di "Maledetta Serpe"

Un romanzo appassionante che svela un pezzo di storia italiana poco raccontata sui libri scolastici.

Si intitola Maledetta serpe (Meravigli, 2016, Euro 17,00, pp. 352) ed è l'ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore Luigi Barnaba Frigoli (già autore del fortunato La Vipera e il Diavolo).

Al centro dell'intreccio, la dinastia Visconti, che nel tardo Medioevo fece il bello e il cattivo tempo a Milano e in Lombardia (e a cui gli eredi del Giudicato di Gallura affidarono - invano - il sogno del proprio riscatto contro gli invasori catalano-aragonesi).

Siamo nel 1395 e Milano è dominata da Gian Galeazzo Visconti, che ha usurpato il trono allo zio Bernabò e mira a ottenere dall’imperatore il titolo di duca. Per raggiungere la meta è pronto a tutto: all'intrigo, al tradimento e alla guerra contro chiunque non gli ceda il passo.

Perché il suo disegno ultimo è ambizioso, molto ambizioso: conquistare tutta l’Italia del centro-nord e cingere la corona di re.

Come mai la scelta di incentrare un romanzo proprio sulla figura di Gian Galeazzo Visconti?

Proprio perché viene dedicato poco spazio a queste vicende anche nei testi che si studiano a scuola. Si parla molto dei Medici, giustamente, ma non si ricorda che Gian Galeazzo è stato il primo ad accarezzare il sogno di creare un grande stato unito nell’Italia del centro-nord, secoli prima dei Savoia. Uno stato che superasse le divisioni dinastiche e mettesse fine alle rivalità tra le città italiane.

Ma non è riuscito a farlo.

È arrivato molto vicino a realizzare quel sogno: riuscì a governare da Bellinzona a Perugia e dal Piemonte al Veneto. Gli mancava solo Firenze, quando morì di malattia a soli 50 anni. Un personaggio così va sicuramente riscoperto.

In che cosa le vicende narrate nel libro sono ancora attuali?

Le ambizioni, gli intrighi politici e le lotte per il potere sono cose attualissime. Pensiamo a una serie famosa come House of Cards… di cosa parla se non di queste passioni sfrenate come quelle che animavano il signore di Milano? Gian Galeazzo era pronto a tutto pur di realizzare i suoi desideri e l’ambizione sfrenata non è certo un’esclusiva dell’Italia delle Signorie.

Un ruolo centrale lo hanno i personaggi femminili, cosa abbastanza inusuale per una vicenda ambientata nel Medioevo.

In generale le donne medievali sono avvolte dall'oblio, salvo qualche rara e famosa eccezione come Santa Chiara o Giovanna d’Arco. Anche le dame dell’aristocrazia erano pedine delle politiche dinastiche e dovevano principalmente mettere al mondo figli. Alla fine del Trecento però le cose cambiano e nella famiglia dei Visconti molte donne hanno ruoli decisivi anche nel governo e nella politica. Per questo ho cercato di dare risalto alle loro storie, che in molti casi ricordano gli intrighi e le rivalità al femminile della corte reale francese nel Sei-Settecento.

Nel libro si parla anche di streghe: ma chi erano veramente?

Erano donne in anticipo sui tempi, forti, indipendenti, anticonformiste che volevano rispetto e autonomia e non sottostavano alle convenzioni della loro epoca. Per questo erano considerate pericolose e per questo il potere civile e la Chiesa le discriminava, le perseguitava e spesso le mandava al rogo. Per rendere loro un po’ di giustizia ne ho voluto parlare nel mio romanzo.

Che legame c'è tra i Visconti di Milano e quelli di Gallura?

Le due dinastie - che avevano in comune solo il nome - restarono distinte fino ai primi del Trecento. Si legarono alla morte di Nino Visconti, ultimo giudice di Gallura, la cui vedova Beatrice d'Este si risposò con Galeazzo I di Milano. E, almeno in teoria, gli portò in dote i domini sardi. In realtà, fu un possesso solo ideale, in quanto, nonostante proclami e progetti, i Visconti di Milano si disinteressarono della Sardegna e gli appelli lanciati dai galluresi in cerca di aiuto contro gli invasori aragonesi restarono sempre lettera morta. Un'altra pagina del Medioevo italiano che varrebbe la pena di riscoprire.

Roberto Roveda

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo uno stralcio del libro (acquistabile anche online su Amazon, Ibs o sul sito di Meravigli edizioni):

"...Il sovrano sogghignò. Poi con un gesto della mano fece un rapido segnale a Pasquino Capelli. Il ministro, senza indugiare, si diresse verso uno scrittoio di mogano, su cui erano posate diverse pergamene. Afferrò quella più voluminosa, tornò sui suoi passi e, a fatica, la srotolò sul tavolo.

Una splendida carta geografica, dettagliatissima, raffigurante l'Italia, dalle Alpi fino alla Trinacria. Il Dal Verme strabuzzò gli occhi. Mappe ne aveva viste molte, ma sempre rozze, incomplete, scombiccherate. Niente a che vedere con quel minuzioso capolavoro, che dettagliava non solo città e castelli, ma anche fiumi, laghi, monti. Stupefacente.

“Vi piace?" chiese il Conte. "L'ho fatta realizzare appositamente da un impareggiabile maestro veneziano. Non credo ne esistano molte altre tanto precise. Anche perché davvero in pochi potrebbero permettersi di pagare la cifra che ho sborsato io per averla". Il dominus afferrò una bacchetta di legno. "Milano - indicò sulla preziosa cartapecora, ampia quasi quanto un piccolo arazzo - Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Padova". Si spostò a nord. "Como, il Lario, il Verbano". A sud. "Lodi, Crema, Pavia, Parma, Reggio". A ovest. "Novara, Vercelli, Alessandria, Asti, Tortona". Prese fiato, compiaciuto. "Questi sono i nostri domini, oggi". Altra pausa. “E ora vi mostrerò dove voglio arrivare". Alzò la bacchetta e la mosse nuovamente, più che mai sicuro e deciso. “Bologna, - scandì con voce squillante - Sarzana, Lucca, Siena". Si spinse ancora più in giù. "Perugia, Assisi". Infine, un colpo secco al centro della Toscana. "E, infine, Firenze". Il Dal Verme era esterrefatto, così come Pasquino e Niccolò. Erano tutti e tre a conoscenza degli ambiziosi progetti del loro signore, ma quei sonori colpi di bacchetta ne avevano fatto improvvisamente materializzare l'assoluta e temeraria grandezza.

Il generale cercò di ricomporsi. "Una guerra, dunque. Mi sia concesso, la più grande e lunga guerra di questo secolo". "Esatto. E quando l'avremo vinta, caro Jacopo, chiederemo all'Imperatore di darci qualcosa di più del semplice vicariato". "Il titolo ducale?". Gian Galeazzo fissò i suoi sodali. "E perché non la corona d'Italia?...".

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