CULTURA

Tuttestorie, Thimothée de Fombelle:
"I libri? Una scatola in cui contenere i sogni"

Nel 1940 suo nonno, soldato della cavalleria francese, venne catturato dai tedeschi. Per dovere di obbedienza al comandante, perse una propizia occasione per fuggire e rimase prigioniero in Westfalia fino al 1945. <Se hai la possibilità di scappare, non rinviare. Fallo>, gli ha sempre ripetuto. Così, quando i giornali hanno definito il suo primo libro <un grande romanzo d’evasione>, Timothée De Fombelle (Parigi, 1973), si è congratulato con se stesso: “Ho obbedito a mio nonno”.

Nelle storie per ragazzi che scrive con successo da anni, c’è più di un’eco del suo ascendente familiare. “Il favoloso libro di Perle”, appena uscito in Italia per Mondadori e presentato dall’autore al Festival Tuttestorie, è ambientato durante la Seconda guerra mondiale di cui l’avo soldato fu testimone.

Qui racconta in particolare la persecuzione di cui anche gli ebrei francesi furono vittime. Il baratro della violenza in cui la storia sprofonda, non si apre nella prima pagina che è invece dettata dalla fantasia. Nell’incipit la fata Olia si dispera perché scopre il cadavere del principe per amore del quale ha rinunciato alla magia. E’ una strana morte: uscito dal corpo a causa dello “incantesimo di separazione”, il giovane è finito nella Parigi del 1936. Qui trova accoglienza presso una coppia di pasticcieri, i Perle, e prende il nome del figlio che hanno perso, Joshua.

La strategia delle porte scorrevoli che mettono in comunicazione invenzione e verità storica è una costante dei suoi romanzi. Funziona anche nelle saghe di Tobia e Vango. Qual è l’origine del meccanismo?

<La chiave delle mie narrazioni è la ricerca di un’apertura che consenta di recuperare la purezza dell’immaginario infantile, che si è corrotta con la crescita, ma che talvolta sopravvive in sogni e fiabe. La difficoltà per lo scrittore è quella di catturare il risultato dell’esperienza e racchiuderlo in una scatola, il libro. Rimbaud diceva di aver fissato le vertigini nelle sue poesie. Il mio lavoro è provare a farlo. Instancabilmente.>.

Nelle storie che racconta c’è un altro motivo ricorrente. Le coppie di innamorati che ne sono protagoniste non riescono a soddisfare il desiderio di stare insieme. Quanto deve in termini d’ispirazione alla letteratura cavalleresca?

<Quando ho cominciato a scrivere romanzi d’avventura e iniziazione, sapevo che mi sarei messo sul solco della grande tradizione orale francese e ho accettato di esserne l’erede. Per quel che riguarda il tema del mal d’amore non sono in debito soltanto con Tristano e Isotta, Abelardo ed Eloisa. La vicenda di Cyrano de Bergerac e Roxane ha segnato fortemente la mia infanzia. Mio nonno, quand’ero bambino e partivamo in vacanza, recitava il dramma mentre guidava. Durante la prigionia in Germania era riuscito a ricordarlo e lo declamava assieme ai compagni>.

E’ opportuno raccontare a un pubblico non adulto l’amore nella dimensione della sofferenza e della separazione?

<Ho da sempre dato fiducia ai miei giovani lettori. Sono convinto che abbiano la capacità di comprendere le difficoltà dell’esistenza e coglierne anche i lati più oscuri. Il mistero dell’amore è tra questi. Me ne convinco ogni volta che osservo i bambini giocare nel cortile di una scuola. Le loro dinamiche sono un concentrato della vita degli adulti>.

A proposito della funzione pedagogica della narrativa, come giudica l’idea del ministro dell’Istruzione francese di eliminare dai manuali scolastici le fiabe di Cappuccetto rosso e Cenerentola perché sessiste?

<Quando scrivo, cerco sempre di evitare i cliché. Credo che tutti gli scrittori dovrebbero farlo. Anche se non cerco la simmetria perfetta nel sistema dei personaggi , è indubbio che le mie eroine siano molto più coraggiose dei corrispettivi maschili. Ciononostante, Cappuccetto Rosso non si deve cancellare. Non è una buona risposta educativa. Di recente sono andato in Russia per presentare un mio libro. Parlando di censura, ho raccontato ai ragazzi che nella mia vita tutto ciò che ho visto e letto – anche se negativo - è stato utile alla conoscenza>.

E’ per quest’ultima ragione che Thimotée de Fombelle non rinuncia a rivelare ai suoi lettori il volto più cupo della verità storica. Nessuna paura, avverte. In fondo al tunnel – è regola della sua scrittura – la luce dev’essere sempre accesa. Lì si aprono le porte che consentono di evadere dalla realtà e rifugiarsi nell’immaginazione.

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